Lo showroom di arredamento nella zona artigianale di Terlizzi prende il nome da questa donna forte e coraggiosa, sempre pronta a cominciare da zero insieme con le figlie.

Annamaria Brindicci è tante cose. È una donna dai capelli corti e guai se alzi più di tanto il tono della voce. È una tosta che ha cresciuto da sola due ragazze, Caroline e Noemi, non senza tante difficoltà. È una «interior design» di Terlizzi che crea e disegna spazi da abitare, offre soluzioni di arredo e porta con sé un biglietto da visita lungo trent’anni. Annamaria Brindicci è soprattutto un’imprenditrice coraggiosa che cominciò da un garage per poi arrivare in vetta.

Lei è tutto questo. È un esempio di donna che ne ha passate tante nella vita, ma che ogni volta ha saputo rialzarsi e ricominciare da zero. Superando l’inciampo di un matrimonio finito troppo presto, due figlie da tirare su da sola, una casa ogni volta da reinventare. E poi, ancora, l’ennesimo strappo familiare, l’addio all’azienda di famiglia che aveva contribuito a creare. E di nuovo la voglia di ricominciare. Annamaria Brindicci, un brand. Una a cui non piacciono i riflettori. Quando le chiediamo l’intervista lei dice subito di sì, ma alla fine resta dietro le quinte. Davanti ai microfoni c’è sua figlia, Caroline Piacenza, non ancora trentenne, studi in marketing e comunicazione, tornata nella città dei fiori per dirigere l’azienda concepita nel soggiorno di casa insieme con sua madre e sua sorella.

Lo showroom nasce nel 2018 nella zona artigianale di Terlizzi e subito si afferma come uno degli showroom di arredamento più apprezzati del nord barese. Un «laboratorio», lo chiamano. Uno spazio per coltivare design, fare innovazione e aiutare i clienti a creare la casa migliore per loro. Il concept è quello di una sartoria dell’arredamento, impreziosita con la firma di Annamaria, arredatrice già nota in zona, fondatrice, diversi anni fa, di un’altra azienda del settore molto nota.
Attraversiamo pavimenti e rivestimenti, arredo bagno, soluzioni d’arredo per giardino. Qui ci lavorano otto persone, otto donne e un solo uomo. Questa è la storia di tre donne forti, una mamma e le sue due figlie, con le proprie vite sparse in giro per l’Italia, che un giorno hanno deciso di tornare insieme per costruire un sogno.

Allora Caroline, iniziamo dal nome che avete dato all’azienda: «Annamaria Brindicci», una scelta che è già tutto un programma.

È stato molto difficile scegliere. All’inizio avevamo tirato fuori tante idee: avevamo pensato a un nome in inglese adatto anche per l’estero, oppure a un nome che facesse pensare al concetto di casa. Le idee ci piacevano tutte e ci sembrò difficile optare per l’una o per l’altra. Però, poi, a un certo punto ci siamo chieste: cos’è che spinge il cliente a venire qui da noi nel nostro showroom? La risposta è venuta naturale: Annamaria Brindicci, mia madre. I clienti che si rivolgono a lei lo fanno proprio per la sua reputazione, per la sua competenza, per tutto ciò che lei ha fatto di buono durante la sua carriera. Perché lei non ha mai preso in giro un cliente, se dice che qualcosa non si può fare allora vuol dire che non si può fare. È una donna schietta che non cerca mai facili scorciatoie.

Da dove viene questa sua competenza?

La sua reputazione e la preparazione si sono formate nel tempo, all’interno di un’azienda familiare che ha contribuito a fondare. Insieme a suo fratello cominciò un’attività commerciale in un garage sempre qui a Terlizzi. Avevano un sottoscala come ufficio, credo di poterlo definire proprio così. Ed è proprio da quel garage che è nata una delle realtà imprenditoriali più importanti  della Puglia.

“È PROPRIO DA QUEL GARAGE CHE È NATA UNA DELLE REALTÀ IMPRENDITORIALI PIÙ IMPORTANTI DELLA PUGLIA.”

Un bel giorno avete deciso di ricominciare da zero: avete preso il meglio di voi stesse e vi
siete messe in gioco.

Oggi questa azienda è un sogno che si realizza. È un sogno che tutte e tre custodivamo nel cuore da tempo. Io e mia sorella, sin da piccole, siamo cresciute osservando la dedizione al lavoro da parte di mia madre, guardavamo a quel suo impegno come a qualcosa direi di poetico. Abbiamo sempre abitato la nostra casa in tre. Per tante volte nella nostra vita abbiamo anche dovuto cambiare casa. Ogni volta era un dover ripartire da capo. Eppure, mia madre ogni volta riusciva a farci innamorare di nuovo di quello spazio: ogni volta la nostra vita cambiava e di nuovo ci sembrava che quella fosse la casa più bella di tutte. Ogni volta sapevamo che non sarebbe stata nemmeno l’ultima. Il 16 dicembre del 2016, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, durante una cena, ci ha annunciato che aveva firmato per un nuovo capannone nella zona artigianale di Terlizzi.

“IL GIORNO DEL SUO CINQUANTESIMO COMPLEANNO, DURANTE UNA CENA, CI HA ANNUNCIATO CHE AVEVA FIRMATO PER UN NUOVO CAPANNONE”

Tu e Noemi come avete reagito?

Tutta la passione che ci ha trasmesso ci ha spinti a seguirla in questo sogno. Così è successo che mia sorella non ha più firmato quel contratto di assunzione per un’importante azienda di Roma (oggi nostra competitor) e io ho lasciato il mio lavoro di libera professionista a Milano nel mondo del marketing e della comunicazione.

E quindi cosa avete fatto subito dopo?

Se uno mi dovesse chiedere qual è stato il tuo primo giorno di lavoro in azienda, risponderei il 15 gennaio 2017, nel soggiorno di casa nostra: clienti, appuntamenti, decisione sul nome da dare al brand, formazione, tutto è partito dal soggiorno  di casa nostra. Lì sul tavolo dove io, mia madre e mia sorella facevamo colazione, c’erano computer, cataloghi e campioni. E sempre lì,  in soggiorno, abbiamo accolto i nostri primi clienti: mi è persino capitato di dover aprire la porta in pigiama e di trovarmi di fronte dei clienti ai quali ho chiesto di attendere qualche minuto per cambiarmi.

Mi racconti un po’ chi è tua madre?

Annamaria Brindicci è una persona molto dura che però non perde mai la tenerezza. Questo suo tratto lo intuisci subito tanto nella vita privata, quanto nella vita professionale. Se c’è una cosa che lei non sbaglia mai è l’ascolto della persona che ha di fronte, la capacità di comprendere tutto subito. Se tu pensi di nasconderle qualcosa hai sbagliato perché lei l’ha già capita.

Le vostre collaboratrici sono tutte donne: cos’è, una forma di emarginazione al contrario?

La casa è donna. Tutto ciò che si trova in casa è tenerezza, a prescindere da chi ci sia ad abitarla.

A proposito di tenerezza, noi non ci conosciamo ma tu dai l’impressione di essere una
ragazza molto dolce. C’è qualcosa che hai preso da tua madre?

In tanti mi dicono che sono dolce, a dire il vero non saprei dire da dove viene fuori questa dolcezza (sorride, ndr). Sono una persona molto persuasiva. Da mia madre ho preso sicuramente la capacità di comprendere le persone, ascoltarle e comunicare con loro. Quando sono stata a Londra mi sono ritrovata a lavorare con persone diversissime tra loro, sono passata dalla principessa del Kuwait che doveva acquistare scarpe da 1.200 sterline per lei e le sorelle, a clienti senza volto a cui dovevo vendere qualcosa tramite teleselling. Target diversi, eppure sia con l’uno che con l’altro mi sono sempre trovata nella mia zona di comfort. Mia madre è una persona che riesce a parlare con tutte le persone del mondo e io questa cosa l’ho imparata da lei. Non posso dire invece di essere una persona riflessiva perché agisco col cuore.

Questa “zona di comfort”, come la chiami tu, l’hai avvertita anche quanto sei tornata a Terlizzi? Come si sta qui dopo aver fatto esperienze importanti a Londra e a Milano?

La voglia di tornare a casa ce l’avevo anche quando ero a Londra. La routine di Londra o Milano avevano un non so che di figo. La verità è che la vita lì non è stata così facile. Lavoravo tutto il giorno, avevo tre diverse attività, la mattina lavoravo in un negozio di lusso, la sera lavoravo in un ristorante argentino e nel weekend scrivevo articoli per dei grandi brand della moda italiani. Dovevo pagarmi la casa, non avevo il tempo per dire che bella Londra. A Milano ho vissuto un’esperienza completamente diversa, lavorando in un’azienda di trading e investimenti finanziari: dopo un anno che ero lì mi sono accorta che non avevo mai visto i famosi Navigli. Non avevo tempo per andare a fare passeggiate. Tornare a Terlizzi per me significava tornare a casa, potersi sedere davanti alla tv in compagnia di qualcuno, incontrare le persone a cui vuoi più bene, non essere
più da soli.

Come è fare impresa nel Sud Italia, in particolare in un paese della provincia?

È un passo molto complesso e un investimento importante anche sotto il profilo economico-finanziario. Però devo dire che se fai bene il tuo lavoro il passaparola funziona: le persone che vengono qui a trovarci si trovano bene e la loro soddisfazione facilita tantissimo il nostro lavoro. Io voglio puntare su questo, non ho bisogno di particolari strumenti pubblicitari, io desidero che la persona racconti l’esperienza che ha avuto con Annamaria Brindicci. Questo per me è il miglior bigliettino da visita.

La tua è la storia di una ragazza che lavorava per altri e che all’improvviso si è ritrovata con un’azienda tutta sua. Hai paura qualche volta di non essere all’altezza delle attese di tua madre?

Se prima lavoravo per realizzare i sogni di altre persone, oggi avverto la responsabilità di dover lavorare tutti i giorni per realizzare un sogno che non appartiene solo a me, ma è anche il sogno di mia madre e di mia sorella. La sensazione di non  essere mai all’altezza della propria madre c’è e ci sarà per sempre: come capita a tutti i figli del mondo, dentro di noi resta una vocina che ci rico rda che la mamma ha sempre ragione.

Cosa vuoi fare da grande?

È una domanda alla quale non ho ancora dato una risposta nemmeno a me stessa, quindi non penso di poterla dare adesso. Anche perché ogni giorno cambio idea su quello che voglio fare da grande. La mia idea non è sicuramente quella di aprire tanti showroom in giro per il mondo, piuttosto vorrei portare il “concept” di quello che noi facciamo qui anche in altri ambiti, penso
magari, chissà, a un b&b esperienziale… Vorrei che il nome di Annamaria Brindicci diventasse l’esempio di un’esperienza.