Secondo l’ONS (Office for National Statistic) il Regno Unito è la terza potenza economica in Europa dopo Germania e Francia e  si pone tra i più interessanti mercati da penetrare e da considerare come partner commerciale nei processi di scambio di medio-lungo periodo.  Il suo mercato è fortemente aperto alle importazioni al punto da attrarre investimenti diretti esteri facilitati anche da una burocrazia e un fisco snelli; un’efficiente rete infrastrutturale di trasporti; accesso al credito supportato da agenzie specializzate; disponibilità di forza lavoro qualificata; trasparenza del sistema giudiziario; coesistenza di diverse etnie con relativa poliedricità di bisogni da soddisfare.

L’INTERSCAMBIO TRA ITALIA E REGNO UNITO VALE OLTRE 35 MILIONI DI EURO

Nonostante le incertezza della Brexit, secondo dati aggiornati elaborati dalla sede ICE di Londra, l’interscambio fra Italia e   Regno Unito è salito a fine 2018 a 35,7 miliardi di euro complessivi rispetto ai 33,5 del 2017. In particolare, le esportazioni italiane hanno raggiunto i 22 miliardi di euro mentre le importazioni dalla Gran Bretagna sono state pari a 11,23 miliardi con un saldo positivo a  favore dell’Italia di 10,88 miliardi. Sebbene il Regno Unito risulti una destinazione ideale verso la quale indirizzare i processi di internazionalizzazione, le criticità non mancano, prime fra tutte le fluttuazioni del cambio e un management che richiede altissime specializzazioni .
È opportuno dunque investire sulla propria immagine concentrandosi su una specifica nicchia prima di porsi come obiettivo la conquistadei grandi numeri: website , e-commerce, campagne educative e di marketing, packaging, innovazione e servizio possono sul serio decretare il proprio posizionamento nell’arena competitiva.

IL “MADE IN ITALY” DOVREBBE COMUNICARE MEGLIO

Le cause di una debole penetrazione riscontrata del Made in Italy sono riconducibili ad alcune mancanze strutturali messe in  atto nel processo produttivo, distributivo e di vendita da parte delle aziende italiane spesso non in linea rispetto alle aspettative della controparte britannica. Il produttore italiano, sicuro della qualità del proprio prodotto, tende a sottovalutare l’importanza di azioni mirate di comunicazione e marketing verso le quali spesso indirizza un investimento residuale. I siti internet risultano scarsamente aggiornati e non disponibili nella lingua del mercato di destinazione. Anche il packaging svolge un ruolo molto importante nel processo di acquisto e in particolar modo l’etichetta che secondo la norma deve essere tradotta “in lingua comprensibile al mercato di destinazione” .
Ma tra tutte le accortezze che il produttore italiano deve ben considerare c’è l’importanza che il servizio riveste nel mercato
UK spesso molto più apprezzato del prodotto in se. La cortesia, la pianificazione nelle consegne e l’immediata risposta ad una  e-mail sanciscono la conclusione e la durata nel tempo di un rapporto commerciale e l’affidabilità del partner. Anche la relazione post vendita necessita di attenzione: per il buyer britannico non è necessario un incontro fisico con il produttore, il tutto si può svolgere per via telematica in tempi brevi ma dopo la conclusione dell’affare ci si aspetta di sentirsi rassicurati dal produttore che deve essere pronto ad ogni eventuale risarcimento in caso di problemi emersi durante l’esperienza di vendita o consumo.

LA FRAMMENTARIETÀ DELL’OFFERTA NON AIUTA

Infine è opportuno ricordare che il mercato italiano si presenta con una produzione estremamente frammentata. Il tessuto  imprenditoriale italiano è caratterizzato dalla piccola e media impresa e a ciò si aggiunge una certa resistenza delle imprese a fare squadra tra loro. Al contrario, l’operatore britannico tende a instaurare una relazione commerciale con un solo  interlocutore ponendo alla base del processo la fiducia e per questo è molto importante che i produttori italiani si organizzino in reti di imprese e piattaforme distributive condivise per far fronte alle richieste nelle quantità e nei tempi richiesti. A decretare il prezzo di un prodotto sul mercato britannico sono anche i costi legati alla contrattualistica e alla pianificazione legale. In un mercato ad alta competitività dove il rischio di imitazione è molto elevato si consiglia una protezione dei propri diritti industriali ed intellettuali attraverso una registrazione comunitaria (fino ad esito Brexit). Inoltre anche la scelta del foro competente in caso di scioglimento contrattuale è da analizzare tenendo presente gli elevati costi della giustizia inglese come anche la gestione della liquidazione annuale e della relativa fiscalità a fronte degli adempimenti in materia di VAT (iva inglese).

Infine la costituzione societaria che decreta una presenza fisica sul mercato, il contratto di distribuzione o di agenzia ovvero società indipendenti che negoziano per conto dei loro clienti e fungono da intermediari senza assumere proprietà dei prodotti né la tenuta delle scorte, sono cruciali nei processi di export e pertanto si consiglia sempre di rivolgersi a consulenti e professionisti specializzati in materia legale e contabile.