Maddalena Pisani ha fondato lo studio “Pisani Commercialisti e Associati” di Molfetta, uno degli studi di consulenza professionale più grandi della Puglia.

Nello studio “Pisani Commercialisti e Associati” di Molfetta lo spazio acquista la forma di un pesce, omaggio alla città di mare in cui ci troviamo. Uno spazio ampio, aperto, privo di tramezzi, interrotto solo da un’unica lunghissima scrivania dove  quattordici professionisti lavorano davanti ai computer. Siamo in uno degli studi professionali più grandi della Puglia. Qui lavora un team di giovani esperti che offre consulenza societaria, fiscale, tributaria e amministrativa a piccole e medie imprese, enti pubblici, enti no profit. Il numero di clienti è a tre cifre. La fondatrice è Maddalena Pisani. L’attività dello studio nasce con lei nel 1988 subito dopo gli studi. Non si ferma mai, Maddalena. Raggiunto un traguardo se ne costruisce un altro.

L’inizio della professione per lei è solo un punto di partenza, nel frattempo porta a casa master e percorsi universitari anche presso la Bocconi. E poi ancora la laurea «che è stata prima di tutto una conquista personale». Tra le altre cose, è al secondo mandato di presidente dell’Associazione Imprenditori di Molfetta. Maddalena ci fa strada nella nuova sede nella zona industriale di Molfetta. «Nel 1997 lo studio è diventato associato tra me e mio fratello Giulio – ci dice – nel 2005 è stato associato il primo collega Cosmo Pisani, mentre nel 2010 è toccato all’altra collega Luciana Zaza. La sensazione è di aver incontrato una famiglia allargata. Si respira un clima lieve. Qualcuna delle collaboratrici per timidezza schiva l’obiettivo della  macchina fotografica, altri ci scherzano su e alla fine si sorride. Sono tutti giovani, amici, festeggiano i compleanni in ufficio, fanno viaggi insieme. «Il nostro studio si caratterizza per avere un orario di apertura per il pubblico esterno, ma all’interno nessuno ha un orario stabilito da seguire – ci dice Maddalena – ognuno si gestisce spazio e tempo come ritiene per rispondere al meglio alle proprie esigenze familiari.

Considera che le nostre lavoratrici sono prevalentemente donne, già quasi tutte alla seconda gravidanza e questo perché riescono felicemente a coniugare il lavoro con la loro famiglia».

Perché quasi tutte donne, si tratta mica di una scelta ideologica?

Si tratta di un percorso che si è creato naturalmente. Penso sia il senso di sicurezza che le donne riescono a trasmettere.

L’attualità affronta spesso il tema delle donne che fanno una certa fatica ad affermarsi nel mondo del lavoro. Qui nel tuo studio sembra che il mondo giri al contrario.

Io penso che la donna quando si affaccia al mondo del lavoro lo faccia sempre con la preoccupazione di non poter ricoprire e rivestire al tempo stesso anche il ruolo di madre e di moglie. Qui, al contrario, ognuno può esprimere come meglio ritiene le sue capacità: con noi lavorano mamme che hanno scelto di fare orario continuato, ci sono mamme che hanno scelto di seguire gli orari tipici delle scuole perché accompagnano i figli a scuola. Per noi non è importante la quantità ma la qualità della  restazione
di lavoro.

Io ti conosco già e devo dire che in questa scelta mi pare ci sia il tuo zampino, quasi a voler dimostrare che così come in questo studio, anche nella dimensione professionale non devono esistere perimetri.

I perimetri non esistono. Chiunque entri nel nostro studio nota subito che gli spazi sono dilatati, non tanto in termini di dimensioni quanto in termini di trasparenza. Aver scelto di fare un investimento importante nella nuova sede, proprio nel 2011, in piena crisi economica, in controtendenza dunque a quello che anche il mercato immobiliare in quel momento stava vivendo, è stata una grande sfida ma al tempo stesso la dimostrazione che quando credi nelle tue capacità e nelle tue potenzialità diventi un esempio per tutti. La prima persona che deve dare un esempio all’imprenditore è proprio il suo consulente. Se noi per primi ci piangiamo addosso, non riusciremo mai a trasferire un messaggio positivo di ottimismo. Oggi è proprio il pessimismo che incide profondamente sulla crisi economica, c’è un disinnamoramento per i progetti che si fanno, per il lavoro che si svolge e per le relazioni umane che si costruiscono. E invece sono proprio queste le cose alle quali io tengo più profondamente.

Questa è una realtà che nasce dal nulla…

Sì dal nulla. Il mio papà faceva il capo cantiere e la mia mamma è una casalinga.

Ecco appunto, quello che racconti assomiglia a un fiaba a lieto fine: investimenti importanti che restituiscono risultati, un modello esemplare di gestione dei collaboratori. Qual è il segreto?

Il nostro punto di forza credo che sia fondamentalmente la condivisione, la possibilità cioè di immaginare che un progetto si debba portare avanti insieme perché non appartiene a chi lo presenta, quanto a tutti coloro che vogliono lavorarci. Questo fa sì che quello stesso progetto diventi un obiettivo comune e ciascuno all’interno possa trovarvi uno spazio nel quale esprimere le proprie capacità.

Lo studio Pisani vanta anche servizi di eccellenza come per esempio la gestione dei marchi e dei brevetti grazie anche a partnership esclusive con altri studi professionali.

Sono formule vincenti che abbiamo adottato già da tempo e che continueremo a portare avanti. Anche in questo caso al centro di tutto c’è la condivisione dei progetti: nel momento in cui mi accorgo che il mercato ha bisogno di una figura altamente professionalizzata sul territorio, piuttosto che pretendere che sia necessariamente io ad offrire quel servizio, preferisco ricercare competenze professionali altamente specializzate in grado di rispondere al meglio a quella specifica esigenza. Per i marchi e i brevetti collaboriamo con una società di Roma: la logica di fondo non è trarne un  vantaggio economico diretto, ma allargare la maglia delle professionalità, costruire reti professionali, costruire sinergie allargate e non è un caso che oggi lo studio Pisani abbia clienti anche a Roma.

Altre partnership professionali da sottolineare?

Abbiamo sottoscritto una convenzione con il più famoso studio legale di Milano esperto in diritto del Lavoro, ormai leader nel mondo nel diritto del lavoro. Questo perché tutto ciò che riguarda le risorse umane merita un’attenzione giurisprudenziale, ma anche un’attenzione in termini relazionali completamente diverse da quelle che si possono oggi immaginare. Oggi il dipendente non deve più essere visto come un costo per l’azienda, quanto invece come una risorsa e come tale va considerata. Ho da poco terminato una docenza per un master di primo livello dove mi è stata fatta una domanda interessante: quando lei individua una persona con la quale portare avanti un progetto le propone di diventare collaboratore dipendente oppure socio? La risposta che ho dato è semplice: chiedo a quella persona che ruolo desideri avere in quel progetto e in base a quello che decide di essere si crea un modello organizzativo e lavorativo che sia utile al progetto, non a me.

Quanto è difficile pensarla così? Sei un’eccezione?

Io non voglio considerarmi un’eccezione perché se così fosse sarebbe un’accezione negativa per il mondo imprenditoriale e professionale. Sono convinta invece che sia necessario un percorso culturale. Ai clienti che mi chiedono: “quanto mi costa per il fisco”, rispondo che quello dovrebbe essere l’ultimo pensiero. Siamo stati educati a immaginare quello che è il risultato del giorno dopo, non i risultati nel medio-lungo termine.

In questo studio avete una  vista panoramica sulla realtà imprenditoriale della nostra regione: che cosa si riesce a vedere da questo punto di vista?

Abbiamo tante opportunità, abbiamo tante eccellenze, abbiamo tante realtà che ci invidiano persino oltre i confini nazionali, eppure c’è sempre una limitazione in quel modo di ragionare in termini di costi e mai in termini di investimenti. La gran parte degli imprenditori la prima domanda che si pone è: “Quanto mi costa?”. Invece la domanda giusta dovrebbe essere: “Quanto mi torna utile?”.

C’è qualche cambiamento positivo che intravedi e che fa ben sperare? In che direzione stiamo andando?

Voglio fare un passaggio strettamente locale e penso all’Associazione Imprenditori di Molfetta nata nel 2014. Il grande successo di questa esperienza non sta solo nella capacità di rappresentare le istanze degli imprenditori locali o nell’aver realizzato all’interno della zona industriale una grande opera scultorea dedicata a don Tonino Bello; il successo vero sta nella promozione della cultura dell’associazionismo. Oggi è più diffuso questo sentirsi parte di un gruppo, un gruppo all’interno del quale ci si confronta, si litiga, si discute, però alla fine si lavora tutti insieme lungo un percorso comune che è quello di sentirsi ciascuno parte importante di una catena umana e imprenditoriale. Oggi questa associazione è una realtà che in tanti ci invidiano perché mettere insieme oltre cento anime, farle convivere dentro  uno stesso organismo, non è cosa semplice. Quando sono entrata in questa associazione la gran parte degli imprenditori non amava la mia persona perché mi vedeva come un soggetto che voleva fare la primadonna: quando ho dimostrato di voler mettere a disposizione di tutti le mie conoscenze, le mie capacità e le mie relazioni, è stato allora che ho conquistato quella fiducia che oggi mi ha portato a ricevere il secondo mandato come presidente.
Se oggi gli imprenditori locali si siedono ai tavoli tecnici del consorzio Asi o del comune di Molfetta è un grande valore che non può essere né disperso, né perso, ma al contrario emulato. Forse proprio grazie all’esempio che abbiamo saputo offrire, oggi a Molfetta è nata qualche altra associazione che riunisce realtà imprenditoriali e commerciali.

È sufficiente questo o la crisi continua a svuotare i capannoni?

Credo che tante volte la crisi la si voglia subire. Voglio dire, i tempi sono cambiati: se un tempo un qualunque progetto imprenditoriale aveva un ciclo di vita di lungo periodo, oggi siamo chiamati (questo anche nella libera professione) a mutare pelle continuamente. Se non hai dunque la giusta capacità di adattamento e adeguamento continuo, sei destinato a scomparire dal mercato. E la colpa non è di quello che ci è riuscito e che ti ha sostituito, la responsabilità sta nell’incapacità di adeguarsi alla modernità. Se fai l’imprenditore, il commesso, il professionista o anche il pulitore, insomma qualunque sia il tuo lavoro lo devi saper fare con dedizione, passione e competenza. Oggi purtroppo si corre il rischio di assistere solo alla ricerca di un posto di lavoro, più che alla coltivazione di un lavoro.

Oltre ad essere una professionista affermata, sei anche una mamma, una figlia e una moglie? Sei anche una superwoman?

No non penso di avere i superpoteri, credo di essere una persona assolutamente comune. Però mi sveglio ogni mattina col desiderio di andare a lavorare. L’amore per le cose che faccio è smisurato. Ed è un amore che mi fa stare bene anche quando ci sono momenti di preoccupazione, momenti nei quali ti ricordi di avere sulle spalle la responsabilità di tante famiglie, non solo quelle dei tuoi collaboratori ma anche dei tuoi clienti. Penso fondamentalmente di aver fatto nella mia vita tutto ciò che avevo voglia di fare e l’ho fatto nel momento in cui era giusto farlo. E credo che possa farlo chiunque altro. Il punto è saper dare le giuste priorità alle cose. Io inoltre ho la fortuna di avere un marito che non mi ha mai tarpato le ali perché sapeva che sarebbe significato farmi morire. I miei figli da sempre sanno che dal lunedì al venerdì la mamma lavora, mentre il sabato e la domenica
la mamma sta con loro: sono convinta che in questo modo insegno ai miei figli che il lavoro non è soltanto un dovere per se stessi o per i propri congiunti, lavorare è anche un dovere sociale.

Raccontaci qualcosa di bello che hai fatto di recente in ambito sociale?

Ad agosto del 2016 attendevo di festeggiare il mio compleanno di 50 anni: da mesi avevo preparato una festa con gli amici, qualche giorno prima però – il 24 agosto – arrivò la notizia del terremoto di Amatrice. In quel momento ho pensato ai miei figli, a cosa avrei fatto se fosse successo a noi di perdere all’improvviso una casa o il lavoro. Realizzai che un modo attraverso cui poter ricominciare fosse la cultura: chiamai un responsabile  della Protezione Civile impegnatonelle attività a sostegno delle popolazioni e gli chiesi che cosa potessi fare per dare una mano concreta.
D’altra parte l’idea di fare un bonifico mi intristiva, così chiesi di poter contribuire alla ricostruzione di una biblioteca. Il 29 agosto, due giorni prima del mio compleanno, consegnai nelle mani della Protezione Civile diversi scatoloni pieni di libri nuovi insieme a materiale didattico destinati a 30 bambini di una scuola elementare. Ho preferito che da nessuna parte risultasse una mia donazione: questo è stato il regalo per il mio compleanno. In quello stesso anno ho avviato due borse di studio che portano il mio nome, “Maddalena Pisani Parisi”, si tratta di due borse di mille euro cadauna: ogni anno individuo un tema che viene affidato alle scuole medie di Molfetta (dove sono nata) e di Bisceglie (dove vivo e dove i miei figli studiano) e tutti gli alunni delle seconde classi vi partecipano realizzando uno scritto, un disegno, una elaborato artistica, un videoclip che rappresenti quel tema. Il denaro assegnato viene impiegato per l’acquisto di materiale didattico, tecnologico o anche per gite scolastiche.
Il tema del primo anno è stato il femminicidio, l’anno successivo si è parlato di bullismo. La giuria è formata da cinque componenti, io non vi faccio parte ma c’è sempre un componente della mia famiglia per garantire la continuità nel tempo di questo progetto.L’ho previsto anche nel mio testamento: i miei figli avranno l’obbligo di mantenere in piedi questa borsa di studio.

E non basta: stai per diventare mamma di un bambino preso in affido e proveniente dalla Bielorussia.

Anche in questo caso è successo secondo una particolare coincidenza. Il mio papà è venuto a mancare a febbraio del 2017… per me è stato un terribile vuoto. Durante un evento al quale ero invitata ho conosciuto Paolo Leovino, presidente di  un’associazione impegnata in progetti di affido destinati a bambini figli del dramma di Chernobyl. Gli chiesi come si sviluppassero questi progetti e quanto difficile fosse portarli avanti. Un mese dopo ricevetti la sua telefonata con la quale mi chiedeva un “sì” o un “no” per bimbo bielorusso di 7 anni tolto dalla strada. C’era necessità di ospitarlo. E io ho risposto “sì” senza nemmeno conoscere il colore dei capelli o  il volto di quel bambino. Adesso,insieme con mio marito, abbiamo avviato la pratica dell’adozione e siamo a buon per ottenere l’idoneità dal Tribunale di Bari. I miei figli lo adorano, per loro è un altro fratello. Ora anche per lui ci sarà un futuro, se solo lo vorrà.