Oggi la guida dell’azienda di Ruvo di Puglia è stata affidata a due giovanissimi, Michele e Beppe Ippedico.

Due ragazzini in treno verso Milano per vendere carta igienica. Siamo agli inizi degli anni Ottanta, Vito Ippedico all’epoca aveva appena 19 anni, suo cugino ancora meno. «Andammo a Milano  per partecipare alla gara d’appalto per fornire di carta igienica tutte le forze armate d’Italia, esercito, marina ed aeronautica, per ben cinque anni. Lì a Milano trovammo giganti del settore come Scottex, Regina, Foxy e altri. Quando ci videro arrivare si guardarono tra loro e si chiesero chi fossimo.

Un tizio ci offrì 50 milioni di lire per andare  via. All’epoca erano bei soldi… chiamai mio padre, gli raccontai ciò che stava succedendo e lui mi disse di restare. Qualunque cosa ti offrano – mi disse al telefono – tu lascia perdere e resta lì dove sei, a noi serve quell’appalto, ci serve imparare a fare la carta igienica. Fu così che presentammo un’offerta con un ribasso molto alto e alla fine ci portammo a casa una commessa straordinaria». Fu così che quei due ragazzini figli di allevatori di mucche finirono in un trafiletto del Sole24Ore e impararono a fare la carta igienica: Pugliacart era ufficialmente la fornitrice di tutte le forze armate d’Italia. Fratelli, mogli, sorelle, nonni, zii, nipoti, si misero a lavorare nella vecchia masseria dove una volta facevano il latte, giorno e notte, anche il giorno di Natale, in attesa dei collaudatori dell’Esercito e di caricare i rotoli sui vagoni dei treni.
Inizia da questo aneddoto la storia che vi stiamo raccontando. Trent’anni dopo, di quella storia restano solo i ricordi. E forse qualche rimpianto.

Oggi Vito Ippedico è il papà di altri due “ragazzini”, Michele 23 anni, studente della Cattolica a Milano e Beppe, 19 anni, ex carriera da calciatore. Sono loro alla guida di questa importante azienda della carta pugliese che ha sede a Ruvo di Puglia (Bari). La MGI Industry è dotata di una linea produttiva per la produzione di carta igienica, tovaglioli, fazzoletti di carta e rotoli industriali.

Michele e Beppe, iniziamo con una domanda provocatoria: che ci fanno alla guida della MGI Industry due “ragazzini’’?

(Michele) Siamo nati e cresciuti in questa azienda, questa è la nostra vocazione. Sin da piccoli mentre i nostri amici giocavano a pallone per strada, noi crescevamo in questo capannone.
(Beppe) Quando finiva la scuola, soprattutto  in estate, mio padre ci portava qui in azienda. Così mio nonno ha fatto con lui, così ha fatto lui con noi: davamo una mano in produzione, facevamo i tovaglioli per quattro-cinque ore al giorno.

Michele, tuo padre ha lasciato a te le redini dell’azienda. Te lo ricordi il giorno in cui ti ha detto che saresti stato tu l’amministrazione del gruppo?

(M.) È avvenuto tutto in maniera naturale.  Papà ha avuto grande fiducia e mi ha dato la possibilità e l’opportunità di realizzare una nuova linea di prodotto. Tieni conto però che qui parliamo di investimenti di milioni di euro quindi è sempre lui che valuta l’aspetto finanziario insieme  a mia madre che è commercialista. È una sorta di supervisore, ci corregge ancora. Papà dalla sua parte ha l’esperienza: noi gli diciamo quali  sono le nostre idee, lui ci suggerisce come evitare rischi e altre criticità legate a investimenti importanti.

In particolare voi di cosa vi occupate all’interno dello stabilimento?

(M.) Io mi occupo dell’amministrazione e del  settore commerciale, mio fratello Beppe della produzione, della logistica e dei rapporti con l’estero.

L’origine di questa azienda risale agli anniSettanta. Vostro nonno era un allevatore, raccontateci questa storia?

(M.) Tutto ha inizio tra il 1976 e il 1977 dall’iniziativa di tre fratelli, mio nonno Michele, Paolo e Domenico Ippedico. Avevano una grossa azienda di allevamento con più di trecento mucche e cinque punti vendita: producevano e vendevano latte e prodotti derivati dal latte.

Dalle mucche alla carta igienica, come è successo?

(M.) Uno dei tre fratelli, zio Mimmo, è stato sempre una specie di guru della famiglia, intraprendente, innovatore: qui a Ruvo ha aperto  la prima discoteca, è stato insegnante di scuola guida, uno dei primi a investire in Borsa. Fu a lui che venne l’idea di produrre il rotolo della carta igienica. I tre fratelli Ippedico costituirono così la prima società che si chiamava Pugliacart.
Furono i primi in Puglia e nel Sud Italia a produrre carta igienica.

Le cose poi si misero subito male…

(M.) Dopo la scomparsa di mio nonno iniziarono le faide interne alla famiglia. Mio padre prese il suo posto in azienda, ma col passare del tempo l’ingranaggio che si era creato tra i tre fratelli si ruppe: nel 2003 ci fu la prima scissione, la seconda nel 2013 e in entrambi i casi mio padre ha rilevato tutte le quote degli altri soci.

Quindi, riassumendo: vostro padre Vito Ippedico ha acquisito le quote degli altri due zii restando unico proprietario dell’azienda. Giusto?

(M.) Esatto. Gli altri due ex soci hanno creato altre aziende a pochi passi dalla nostra, tutte sempre nel settore della carta. Certe volte facciamo questa riflessione: se anziché dividerci, se anziché spendere tutti quei soldi per riacquistare le quote, se anziché costruire un capannone di 5 mila metri quadri accanto a un altro capannone di 5 mila metri quadri e poi, ancora, costruire un
altro capannone di 3 mila metri quadri, insomma se fossimo rimasti ancora tutti insieme probabilmente oggi saremmo diventati un gruppo da 100 milioni di euro di fatturato.

Corsi e ricorsi storici, la vostra vicenda assomiglia alla storia di tante altre aziende familiari pugliesi.

(M.) Noi però avevamo il vantaggio di essere partiti prima degli altri con un’idea ambiziosa, a contatto con la grande distribuzione organizzata, grossisti e catene commerciali. Oggi stiamo pagando il tanto tempo perso a combatterci tra di noi. Papà ha speso enormi risorse economiche solo per comprare le quote di proprietà del capannone e pagare tasse di successione, risorse spese in burocrazia che non sono state investite all’interno dell’azienda.

Adesso avete messo un punto al passato e ritrovato la voglia di ripartire.

(M.) Sì, dopo un periodo difficile, da un paio di anni ci siamo risollevati. Io e Beppe abbiamo portato nuovo entusiasmo.

Non avete il timore che questa storia ancestrale di battaglie familiari possa dividere anche voi due?

(B.) L’importante è la specializzazione dei ruoli all’interno dell’azienda. Non deve esserci invidia, perché è l’invidia che ha creato la rottura in passato. I guadagni c’erano per tutti, si trattava  soltanto di una questione di potere e di chi aveva più o meno responsabilità. Quando mio padre prese il posto di mio nonno aveva solo venti anni e il fatto che uno a quell’età avesse del potere ha destabilizzato gli equilibri. Eppure ancora oggi papà ringrazia zio Mimmo per tutto quello che ha creato e perché il lavoro glielo ha insegnato lui.

Oggi il nuovo gruppo si chiama MGI INDUSTRY.

(M.) L’azienda oggi conta 20 dipendenti, 3 autisti, 4 camion di proprietà. Distribuiamo per lo più nel Centro Sud, Puglia, Campania, Sicilia, Calabria poco Molise e Basilicata.

Producete due linee di carta igienica, il marchio storico “Tiffany” e il nuovo prodotto “Guapa”: che differenza c’è tra le due?

(M.) Sempre nel 2015 abbiamo fatto un grosso  investimento in nuovi macchinari necessari per entrare nella grande distribuzione. Ci serviva un prodotto di qualità assoluta a un prezzo competitivo Inoltre, ci mancavano delle certificazioni importanti che abbiamo conseguito con successo un mese fa.

Beppe lo chiedo a te chè ti occupi di produzione: come si misura la qualità di una carta igienica?

(B.) La materia prima è sempre la stessa: noi  lavoriamo soltanto 100% di cellulosa per entrambi i prodotti, altrove altrove puoi trovare prodotti con una materia prima “tagliata”, cioè solo con l’80% di cellulosa. Al brand storico “Tiffany” abbiamo aggiunto nel 2015 una linea di ultima generazione con il cosiddetto “incollato”: i due veli di carta igienica non si aprono perché
sono tra di loro incollati. Inoltre è cambiato il packaging e la tecnica di profumazione non più nebulizzata sul prodotto, ma sull’anima di cartone, in questo modo più srotoli e più senti il profumo, mentre le sostanze chimiche della profumazione
non entrano in contatto diretto con la pelle. Si tratta di un procedimento che utilizzano solo le multinazionali come Regina o Foxy.

Come sarà la carta igienica nel futuro?

(B.) È un prodotto povero che negli anni rimane sempre lo stesso, non subisce grandi evoluzioni: cambiano il packaging più orientato al “green”, la decorazione, la tecnologia di  produzione, ma il prodotto in sé non cambia molto.

Si può dire che per voi il vantaggio è che la crisi non colpisce la carta igienica?

(M.) No, in realtà la crisi colpisce anche noi. Se una famiglia è in difficoltà si abbassano i consumi, la massaia fa più attenzione agli sprechi e in alcuni casi quando va al supermercato sceglie un prodotto di qualità inferiore a un prezzo inferiore. In generale durante la crisi quando uno acquista una confezione di carta igienica fa attenzione che duri più a lungo. E poi c’è un altro
fattore che riguarda la materia prima: la cellulosa si vende su base chilo ed è quotata in Borsa: quando c’è una crisi globale i prezzi ne risentono e quindi la crisi arriva indirettamente a noi attraverso l’aumento dei costi.

Quanti rotoli di carta igienica producete all’anno?

(B.) Difficile dirlo, allora vediamo…. 35 pedane a turno… facendo due conti sono oltre 72 mila rotolini di carta igienica ogni 8 ore di lavoro. Lavoriamo circa 150 tonnellate di rotoli al mese. A questi devi aggiungere le confezioni di tovaglioli.

Poco fa accennavi a delle importanti certificazioni che avete ottenuto di recente.

(M.) Siamo certificati FSC questo significa che lavoriamo carta derivante da foreste che seguono una certa catena di custodia. In  altre parole usiamo carta che garantisce la rigenerazione delle foreste. Siamo un’azienda a impatto zero: tutto ciò che abbiamo come scarto viene riciclato, non produciamo nessun tipo di rifiuto o scorie inquinanti. Eppure, il Comune di Ruvo ci fa pagare la tassa sui rifiuti misurata su un capannone di 5 metri quadri. Invece di essere premiati, paghiamo i rifiuti anche senza produrre rifiuti. Se fossimo stato in Germania o in America lo Stato ci avrebbe premiato con una serie di agevolazioni   incentivanti. Altra certificazione importante è la BRC con la quale garantiamo la totale tracciabilità di tutte le parti dal prodotto.

Quali sono i vostri canali di distribuzione?

(B.) Abbiamo clienti importanti come Migro e come Proshop, quest’ultimo è il secondo grande gruppo italiano nella  distribuzione di prodotti per la casa con 480 punti vendita di proprietà.

Siete presenti con entrambe le linee ?

(M.) Il nuovo marchio “Guapa” è concepito per la grande distribuzione organizzata. “Tiffany” appartiene invece al segmento più basso del mercato, papà lo portava nella bancarelle dei mercati e nei negozi “primo prezzo”. “Tiffany” la produciamo ancora perché ci fa ricordare le origini e perché è il prodotto che ci ha fatto diventare grandi, ma per entrare nella grande distribuzione
è necessario un prodotto di primissima qualità di nuova generazione.

Vi state affacciando anche sui mercati esteri, come sta andando?

(B.) Siamo già presenti in Albania nella catena “TiranaCash&Carry”, mentre di recente abbiamo firmato un contratto in Ucraina con una catena di 200 supermercati. Lavoriamo col Venezuela con un prodotto a marchio, poi contiamo su uno showroom in Marocco e siamo in trattativa per aprire un nuovo mercato in Polonia. Se pensi che con l’estero siamo partiti solo a gennaio scorso, credo di poter dire che abbiamo fatto già tanto.

Cosa avete portato voi giovani in azienda?

(B.) Micky sicuramente ha portato idee nuove,  il nuovo marchio, l’innovazione e la scelta di puntare su un target più alto con un prodotto di ultima generazione. Io mi sono dedicato alla produzione, alla qualità e alla logistica: mi accerto che il prodotto esca perfetto, che lo strappo della carta igienica avvenga al primo colpo, che la decorazione sia lieve e non troppo marcata. E
poi mi sono dedicato all’unica cosa che ci mancava ancora: l’internazionalizzazione.

Vostro padre è contento?

(M.) Papà ha ritrovato l’entusiasmo di una volta. Dopo 30 anni di attività ormai si accontentava delle bancarelle e del primo prezzo. Gli abbiamo dato una nuova scossa, una nuova giovinezza.

Quanti giorni di vacanza avete fatto quest’estate?

(M.) Siamo stati insieme cinque giorni in Grecia. In realtà per noi non esiste la vacanza, siamo nati e cresciuti in azienda, stare qui non è un peso. E poi anche in vacanza abbiamo lavorato h24: telefono, mail e quando andavamo al supermercato prima di fare la spesa ci fermavamo ad analizzare la carta igienica di altri produttori per capire le caratteristiche di quel mercato.

Altra domanda provocatoria: non c’è il rischio che due giovani possano sentirsi un po’ “figli di papà’’, entrati in azienda col piatto già pronto, quindi senza quella fame che aveva vostro nonno e vostro padre trent’anni fa?

(M.) L’ultima quota di questo capannone mio padre l’ha comprata nel 2013, pochi anni fa. Questo significa che, nonostante la giovane età, abbiamo vissuto le difficoltà in prima persona insieme a papà. Quando non avevamo la sicurezza economica noi c’eravamo, sappiamo bene i sacrifici che che hanno fatto i nostri genitori, conosciamo bene le guerre familiari e ce le ricordiamo sulla nostra pelle. Sappiamo quanto possiamo perdere e ci ricordiamo quando non avevamo niente. No, non ci sentiamo figli di papà. Certo, oggi ci permettiamo lussi che papà a vent’anni non si poteva permettere, ma allo stesso tempo ci ricordiamo da dove veniamo.

Se dovessimo vederci tra dieci anni per un’altra intervista cosa pensate ci racconterete? Come ve la immaginate questa azienda nel prossimo futuro?

(B.) Oggi produciamo carta igienica, fazzolettini e asciugatutto: l’obiettivo è arrivare al completo tra dieci anni e produrre anche rotoloni di carta cucina. Il sogno resta quello di una cartiera tutta nostra.