Dalla Locride alla procura di Trani, ha accusato e affrontato criminali
e assassini con spirito di servizio e dedizione al proprio lavoro.

Intervistata il giorno dopo un importante successo
professionale, la conclusione del processo di
primo grado, con rito abbreviato, con la condanna
all’ergastolo di entrambi gli imputati (madre
e figlio), per il duplice omicidio di via Brescia
a Barletta, di Maria Diviccaro e la sua amica e
badante Maria Strafile, la pm presso il tribunale di
Trani, Mirella Conticelli, ha ripercorso i suoi primi
venti anni di carriera, alternando casi giudiziari a
ricordi di vita privata.
Com’è il giorno dopo un successo giudiziario?
Nulla di particolare.
Sono venti anni che faccio questo lavoro e anche se è
stato un processo complesso, in quanto fortemente
indiziario, ero sicura del risultato.
Sul piano umano posso dire che mi ha molto colpito il
pianto quasi liberatorio dei familiari di una delle due
vittime, la signora Maria Strafile, che alla lettura della
sentenza hanno gridato “allora la giustizia c’è!”.
Si è fatta giustizia, per ora sì.
Molto spesso si è dovuta occupare di casi in cui
le vittime sono state donne. Fra gli altri, il delitto
efferato di madre e figlia, il 2 agosto 2008, a
Canosa di Puglia, uccise a martellate dal neo sposo
della figlia, Lucia Di Muro…
Quello fu un femminicidio, maturato in un contesto
particolare. Nel caso del delitto di via Brescia a
Barletta, invece, il delitto non è stato legato al
fatto che le vittime fossero due donne ma a motivi
patrimoniali, a un attaccamento morboso ai beni
materiali. Nella requisitoria ho citato la “Roba” di
Verga. Si tratta di un delitto maturato in un ambiente
familiare in cui persone ricche, benestanti, sono
ossessionate dal denaro e dai beni che devono
accumulare. A questo si aggiunga un sentimento di
odio profondo, quanto gratuito, nutrito da Diviccaro
per questa sorella, unica sorella, e nubile. Era stato
lui a ideare il delitto anche se non lo aveva compiuto
materialmente ma vi aveva contribuito, creando
confusione e rumori e tentando di far credere che al
suo posto, a lavorare sul piano strada della palazzina,
ci fosse suo figlio.
Che effetto fa trovarsi davanti a quello che si
sospetta fortemente essere l’assassino?
Nel caso di Canosa di Puglia, Giovanni Valentino non
parlava, arrivò in caserma e pretendeva che entrassi
da sola nella cella di sicurezza in cui si trovava.
Non me lo avrebbero consentito e io non avevo
intenzione di farlo. Subito aver visto il luogo del
delitto fui intervistata dai giornalisti e lo definii un
“mattatoio”. Provai disgusto. Nel caso di via Brescia,
quando sentii coloro che oggi sono stati condannati,
erano persone informate dei fatti, a loro carico non
c’erano elementi probanti forti, ma solo il sospetto
per un atteggiamento di sfida. Bisogna fare ricorso
all’autocontrollo. In generale, che effetto fa… C’è
da dire che i primi sei anni da pubblico ministero io
li ho trascorsi a Locri, in Calabria e posso dire che il
peggio l’ho vissuto proprio lì. Al mio secondo giorno
di lavoro, ero di turno, beccai il primo omicidio di
‘Ndrangheta. La media era di un omicidio per turno,
se calcola un turno al mese per pm, della durata di
una settimana, vuol dire almeno quattro omicidi al
mese. Per una sorta di reazione, come di “anticorpi”
che il cervello crea, a forza di vedere cadaveri, si
finisce con l’assumere un atteggiamento freddo,
quasi distaccato. E’ una necessità!
Non puoi pensare a quei corpi, spesso massacrati,
come a persone vive fino a poco prima. Si
impazzirebbe! Il nostro lavoro è atroce da questo
punto di vista. Ricordo, per esempio, quando ho
saputo dell’omicidio di Gianluca Congiusta, un
ragazzo che conoscevo, perché gestiva un negozio
di telefonia a Siderno, non sono riuscita a portare
avanti il mio lavoro.
Quando ha deciso di fare il pubblico ministero, di
rappresentare l’Accusa?
Quando durante l’uditorato giudiziario, ora non si
chiama neanche più così ma tirocinio, mi resi conto
che questo mestiere lo avrei potuto fare. Il giudice
no, perché mi annoio. Mi piace argomentare, la
requisitoria per il delitto di via Brescia è durata
quattro ore e mezzo e ho dato il meglio, ma so
di essere pigra e avere bisogno di tempi brevi, di
scadenze. Ho bisogno di vitalità.
Questo non è ruolo che possono svolgere tutti.
L’essere ansiosa di carattere paradossalmente mi
consente di gestire al meglio il carico di ansia di
questo lavoro, senza andare in panico.
Sai che sei sempre reperibile, sempre al lavoro
anche quando non lo sei, anche quando ti trovi, di
sera, a un concerto…
Cioè?
Sarebbe stato l’ultimo concerto di Fabrizio De Andrè,
era l’agosto del 1998 a Roccella Jonica.
Dal palco De Andrè si rivolse al pubblico affermando
che la criminalità organizzata dava lavoro in quella
terra. Tecnicamente commise apologia di reato e lì, in
servizio d’ordine per l’evento, c’erano anche i carabinieri
che mi chiedevano cosa fare, se intervenire.
Non lo facemmo, De Andrè non fu arrestato e, in quella
circostanza sarebbe stato anche controproducente.
Ha mai avuto paura?
A posteriori sì. Ho subito un attentato quando ero
nella Locride.
Diedero alle fiamme l’auto che usava mia madre
quando veniva a trovarmi, era una Fiat 126. Lasciarono
anche un messaggio molto allarmante, scritto con un
normografo, sotto i tergicristallo.
Ho avuto paura dopo, quando ho dovuto fare i conti
con il fatto di dover avere una scorta, di essere
piantonata h24 e quando ho saputo che avevano
messo sotto tutela anche mia madre e l’allora mio
fidanzato, oggi mio marito.
Ciononostante poco dopo rinunciai alla scorta perché
non lo sopportavo. Non potevo fare le cose belle
della vita, andare al mare.
La limitazione di libertà è un prezzo costante della
sua professione?
È difficile capire fino a che punto sia così. In Calabria
è come vivere in un “grande fratello” costante. Finisci
col vedere e frequentare sempre le stesse persone.
Piano piano cominci a capire chi sono le persone
“frequentabili”. Certo tu non frequenti le cosche, ma
sono loro che ti cercano, attraverso persone vicine
e può succedere tranquillamente di incontrare le
persone sbagliate o gli avvocati sbagliati.
I rapporti con gli avvocati sono delicatissimi, noi
rischiamo di diventare, per loro, specchietti per le
allodole, Se poi sei una donna, anche piacente e non
sanno che sei sposata… Non è facile!
Cosa è stato più difficile?
Sviluppare la capacità di essere tollerante.
Il mio è uno spirito ribelle ma ho imparato a non
rispondere con la prima cosa che mi viene in mente.
Il lavoro ha dominato il mio temperamento e sono
cresciuta molto da questo punto di vista.
A Trani è stata la prima donna pm?
C’era già Teresa Iodice, Bruna Manganelli, che per me
è stata come una sorella, e ora ce ne sono abbastanza.
Come funziona, cosa succede quando arriva un
collega nuovo?
Cerchiamo di metterli a proprio agio, io suggerisco
sempre di non farsi problemi a chiedere qualsiasi
cosa. Lo ho fatto con le colleghe arrivate nel 2012,
Simona Merra, Silvia Curione e Raffaella De Luca.
E’ importante che si stia bene.
Cosa c’è di diverso rispetto a venti anni fa, quando
lei ha cominciato?
Gli avvocati sono diventati presuntuosi, arroganti.
Noi giovani magistrati avevamo un atteggiamento
diverso, più timoroso in generale e allora c’era anche
un certo nonnismo, che non è una cosa giusta. In
generale non c’è più quel sentimento di metus di
fronte a un collega anziano. Non sta a me dire se sia
un bene o un male ma è così. Di certo noi eravamo
più umili anche perché la funzione di pm si impara sul
campo, si impara volta dopo volta.
Un anno fa usciva il libro del giudice Roberto
Oliveri del Castillo, Frammenti di storie semplici,
il cui racconto è oggi al vaglio del Csm per capire
se quei racconti siano solo frutto di fantasia o se ci
siano riferimenti a fatti realmente accaduti dentro
e fuori la procura di Trani…
Quanto scritto in quel libro fu portato all’attenzione
del Csm sia dal nostro ex procuratore Carlo Maria
Capristo che dal presidente del tribunale. È stato
anche oggetto di dibattito fra di noi. Certo la
tempistica è stata troppo lunga e quello che allora,
un anno fa, avrebbe avuto più senso, ora non c’è
lo ha più. A me sinceramente non preoccupa più di
tanto. Io conosco e stimo i miei colleghi, mi spiace
per la denigrazione del collega Antonio Savasta,
individuato quale uno dei protagonisti del romanzo.
Savasta è uno dei magistrati più bravi che abbia
conosciuto e anche di gran cultura, che è molto più
che erudizione. Evidentemente ha colpito, col suo
lavoro, settori potenti e questi i sono i risultati.
Come si vive, fuori dai romanzi, in una procura?
È un luogo di allarme continuo. È importantissimo
che ci sia collaborazione e stima fra i colleghi, che
non ci sia competizione. Quello che ho sempre
apprezzato, anche con don Nicola Barbera a capo
della procura, uomo di grande spessore, è che non
abbiamo mai fatto a gara a chi fosse il più bravo. Si è
diversi. Io ho avuto la fortuna di avere rapporti ottimi
con i miei colleghi. Luigi Scimè e Antonio Savasta li
ho conosciuti a Foggia, la mia città d’origine e, dopo
la Calabria, li ho ritrovati a Trani. Per me sono amici
veri. Lavorare con gli amici è una cosa bellissima, ci si
incontra a cena e fuori dal lavoro. Michele Ruggiero
è mio collega di concorso, il nostro è un rapporto di
stima reciproca. Ieri si sono complimentati con me
per la sentenza ottenuta. Si vive e si può vivere molto
bene, con rispetto e senza competizione.
Ripercorrendo la sua carriera non si può
non fare riferimento al caso della 14enne di
Molfetta vittima di uno stupro di gruppo. Anche
i responsabili di questo delitto, in primo grado,
sono stati condannati…
Devo dire che di quella vicenda, oltre all’orrore in sé
dell’accaduto, mi ha colpito molto l’atteggiamento
delle donne, delle compagne e mogli dei responsabili,
che ce l’avevano con quella ragazzina e non
biasimavano i loro uomini. Tutti gli stereotipi di una
cultura maschilista e misogina li ho ritrovati in quella
vicenda. E questo vuol dire che la strada da fare è
davvero tanta per le donne.
Anche per percorrere questo lungo tragitto, dal 2008
coordino un gruppo di lavoro, istituito allora con il
procuratore Capristo, che si occupa di queste cose,
di tutto ciò che crea allarme sociale: reati sessuali,
prostituzione, armi, droga, rapine e estorsioni.
Ad ascoltarla la passione che mette nel suo lavoro
si percepisce in maniera forte, è palpabile…
Allora vuol dire che è così!
Ed è così! Il lavoro condiziona la nostra vita e chi
crede che fare i magistrati sia stare su un piedistallo
o un passepartout sociale non ha capito un bel nulla.
Non è cambiato nulla nella mia vita se non le mie
limitazioni, che sono aumentate.
E del sistema giudiziario cosa pensa?
Prima bisogna fare una grande distinzione fra il
sistema anglosassone e quello continentale. Io non
apprezzo il sistema anglosassone che ha dato la stura
a quello americano, che per me non è diritto. Il pm
non c’è, ci sono avvocati di nomina politica. E in un
paese in cui il denaro fa tutto, in galera ci restano
solo i reietti.
La mercificazione dei diritti e del diritto è un
abominio. Il nostro patteggiamento, che io detesto,
nasce in un contesto anglosassone.
Il diritto continentale, che deriva da quello romano
almeno per il civile, potrebbe essere ottimo se non
fosse stato per gli interventi del legislatore negli
ultimi venti anni. Un legislatore che non è più capace
di essere tale.
E’ di un anno fa la polemica sulle ferie dei
magistrati…
La magistratura spesso è usata come capro espiatorio.
Noi non abbiamo un orario di lavoro, non si guarda
l’orologio e buona parte delle ferie, almeno io, le
trascorro portandomi a casa le misure più complicate
da scrivere. Spesso nei nostri confronti i tono sono
demagogici e strumentali. I tribunali sono come gli
ospedali, non chiudono mai e anche il nostro lavoro
è così.
E delle intercettazioni, cosa pensa
della loro utilità?
Penso che possono esserlo, che se ne è fatto un
grande abuso, che hanno sempre bisogno di riscontri
e solo in alcuni casi da sole bastano.
Sono contraria alle intercettazioni quando
demoliscono l’immagine di una persona. Per esempio
sono contenta del processo finito ieri perché le
intercettazioni non hanno dato alcun risultato.
Era tutto così organizzato, da prima, che al telefono
non avevano bisogno di dirsi nulla più del necessario.
Io in quel caso (delitto di via Brescia) ci ho messo le
mani e non in senso figurato.
Era una questione di giustizia. Ho infilato i guanti e
con gli investigatori sono andata a cercare la verità!
Se non avesse fatto il magistrato?
Quando da bambina mi chiedevano cosa volessi fare
da grande rispondevo la cuoca e poi niente.
Le mie passioni sono la storia medievale e la musica
antica. Ho fatto il critico musicale e mi sarei iscritta al
corso di storia medievale a Bologna, ma le prospettive
non corrispondevano alle mie aspettative.
Quando ho cominciato a studiare giurisprudenza non
pensavo neanche che sarei riuscita a laurearmi. In
realtà diventai assistente molto presto, prima ancora
di laurearmi, allora era possibile.
Quando, da assistente di istituzioni del diritto romano,
mi fu detto che senza “appoggi”, avrei potuto solo
sognare di diventare docente universitario, decisi di
fare il magistrato.
Pensiamo di fare quello che vogliamo, di poter
scegliere, in realtà la vita ci pone davanti a una serie
di sliding doors che ti trascinano in gorgo dal quale
non ci si può tirare fuori.
Potrebbe vivere senza il suo lavoro?
No, non potrei!
E’ un lavoro totalizzante dell’esistenza e quando torni
a casa ci impieghi anche un po’ a tornare ad avere un
tono normale.
Per fortuna c’è mio marito a ricordarmi che non
sono in procura, ad avere la capacità di scherzare e
prendermi con ironia.
Ci prendiamo in giro reciprocamente, ma abbiamo
dovuto compiere scelte importanti, come quella
40 • Oltre
di non avere figli. È stata una grande rinuncia, ma
abbiamo la certezza di non avere fatto danni. I figli
bisogna crescerli e non si può fare tutto bene.
Resta il rimpianto e ogni tanto l’immagine, quasi
onirica, di un quadretto familiare nel quale, però, io
non so se sarei riuscita a essere come mia madre è
stata con me, mai invadente e soffocante. Mi ha resa,
da subito, indipendente, lei che non ha neanche 20
anni più di me! Forse caratterialmente rassomiglio
di più a mio padre, che ho perso presto, ma io e mia
madre, insieme, siamo una forza, mi ha insegnato a
essere una donna autonoma!

Ringraziamo Sabrina Laurora E Quadra Le club per la splendida location e per l’accoglienza.
Un vero e proprio giardino segreto nel cuore della città di Trani, eppure così ben rifinito e lussureggiante
da sentirsi lontani anni luce dal caos cittadino.