Roberta Genghi si è reinventata la vita: dopo anni passati in ufficio
ha scelto la strada dell’artigianato, prendendosi le sue rivincite.

Il laboratorio di taralli ha la porta chiusa. Il numero di Roberta è su un cartello in legno, scritto a mano. Qui produciamo taralli, rammenta il cartello, adesso non sono in sede però chiamatemi pure se volete. È un casolare basso, senza insegne, tutt’altro che pretenzioso, poco meno di cinquanta metri quadri sulla provinciale che da Acquaviva delle Fonti porta a Capurso.

Lo slargo è ampio. Accanto al tarallificio ci sono delle serre, un mobilificio e un capannone bianco disabitato. Un altro cartello ricorda che i taralli «Genghi’s – Apulians do it better» sono citati nella guida pugliese del Gambero Rosso. Così, tanto per mettere subito in chiaro come stanno le cose. Roberta Genghi arriva in bicicletta. Puntuale e leggermente rossa in volto. È una trentatreenne che mostra meno della sua età. Laurea in Comunicazione all’università di Bari e specializzazione in Editoria e Giornalismo alla «Sapienza» a Roma. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti , dieci anni di uffici stampa nel settore degli eventi, sposata, un debole per il poeta Tonino Guerra e Pier Paolo  Pasolini. Nel 2016 ha iniziato a produrre taralliscaldati col marchio Genghi’s.

U’tarall. Così si capisce che sono pugliesi. La ricetta è di nonna Isabella. Artigianali, fatti a mano come una volta. Non più di una cinquantina di chili al giorno, confezionati a mano con la punzonatrice. Roberta poggia la bici accanto a un alberello di alloro e ai vasi vuoti di terracotta. Dentro questo casolare dirimpettaio della Murgia, questa giovane giornalista si è inventata una nuova vita.

Roberta eccoci qui… un giornalista che intervista una giornalista che produce taralli: come t’è venuto?

Aspettative disattese. Ero un po’ delusa dalla vita che facevo in ufficio, partita iva, dodici ore di lavoro… mi sono accorta che non facevano più per me.

E quindi ti sei presa una pausa di riflessione.

Ero molto sfiduciata, avevo perso la voglia, avevo perso la passione per le cose che avevo studiato. Mi sono trasferita per qualche mese a Londra. Quel momento per me è stato uno spartiacque importante. Londra mi è servita perché lì ho lavorato in un ristorante italiano come fanno molti giovani italiani quando vanno all’estero.

Brava a cucinare?

In realtà non avevo mai cucinato in vita mia. Scommisi tutto sulla storia della mia famiglia, sulla figura della mia mamma e di mia nonna e riuscì a essere assunta in un ristorante di proprietà di due inglesi, figli però di una donna italiana emigrata a Londra nel secondo dopoguerra.  i chiamavano la «cheffina», ero addetta agli antipasti e ai dolci.

Che cosa c’entra Londra con l’idea dei taralli?

In quel ristorante e in quel momento della mia vita ho maturato il desiderio di fare qualcosa di mio. Raccontavo a tutti la storia della mia famiglia, la figura di nonna Isabella, una storia del Sud fatta di donne del Sud. Tanti miei colleghi chef mi ricordavano che venivo da una delle regioni più belle d’Italia, con uno straordinario patrimonio di sapori, mi chiedevano cosa ci facessi
ancora lì e mi incoraggiavano a tornare. 

E infatti sei tornata in Puglia.

A un certo punto il richiamo della mia terra è stato più forte. All’epoca il mio ragazzo – oggi diventato mio marito – aveva un lavoro a tempo indeterminato, non me la sono sentita di chiedergli di lasciare tutto e raggiungermi in un altro paese.

E sei tornata ad occuparti di comunicazione…

Sì ci ho riprovato. Ho lavorato in un’agenzia, mi occupavo della brand reputation di strutture ricettive e altre aziende nel settore food and beverage. Dopo un anno di ufficio ho chiuso la partita iva e ho di nuovo fatto il punto sulla mia vita.

Però sei ancora iscritta all’ordine dei giornalisti e a Londra hai realizzato un video reportage, insomma l’anima della giornalista ti è rimasta dentro.

Le passioni te le porti sempre dietro. Partecipai al concorso «Generazione reporter» indetto da Michele Santoro e l’Associazione Servizio Pubblico, realizzai un video reportage sui giovani italiani a Londra che ebbe anche una certa risonanza mediatica.
Non vinsi ma il mio lavoro fu ripreso da Rai Community nella trasmissione «L’altra Italia» e sul Fatto Quotidiano. 

La tua storia assomiglia a quella di tanti altri giovani costretti a emigrare alla ricerca di un futuro. Verrebbe da dire, però, che la Puglia non è un paese per giovani…

Da queste parti è ancora difficile campare con il giornalismo… probabilmente non ci ho creduto abbastanza o semplicemente ero stanca. A un certo punto ti accorgi di essere arrivata a una certa, desideri essere indipendente, magari vuoi mettere su famiglia e quindi… niente… mi sono fermata ancora una volta e mi sono detta: vediamo cosa fare.

E qui entra in scena la nonna.

Ho cominciato a frequentare un po’ di più casa dei miei genitori e dei miei nonni. Un giorno ero a casa e ho visto mia nonna Isabella mentre preparava i taralli insieme con mia madre. Preparare in casa focaccia, pane taralli e poi portarli nei forni di paesi è una tradizione molto comune dalle nostre parti. In quel movimento che nonna Isabella faceva con le mani ci ho visto qualcosa. Quel bastoncino che lei formava con le mani per fare taralli ha fatto accendere una lampadina.

La scelta di produrre taralli è stata immediata?

È stata una decisione maturata pian piano nel giro di qualche mese. Non nascondo che di taralli all’inizio non sapevo assolutamente nulla. Nel 2014 cominciai a mettere le mani in pasta, studiare, fare un po’ di ricerche. Ho imparato la ricetta, poi ho girato tutta Italia per mulini e frantoi. Sebbene il tarallo sia un prodotto tipico della Puglia mi sono accorta che di artigianale è
rimasto ben poco: negli ultimi anni la produzione è diventata per lo più a carattere industriale o semi industriale. Il tarallo artigianale fatto in casa come quello che le nostre nonne portavano nei forni di paese è una tradizione che si sta perdendo. Ho iniziato così a domandarmi se potessi colmare io questo gap. 

Qual è stato il primo passo che hai mosso?

Ho provato la strada dei finanziamenti regionali per la nuova imprenditoria, ma con esito negativo. Alla fine ho chiesto una mano a quello che poi sarebbe diventato mio marito: aveva dei risparmi e mi ha aiutata ad affrontare l’investimento. Lui è stato il mio «business angel» e dopo tante fatiche, sacrifici e anni di studio ce l’abbiamo fatta. A ottobre del 2016 abbiamo aperto questo laboratorio.

Una bella storia senza dubbio. Però per altri giovani non deve suonare molto incoraggiante il fatto che l’accesso al credito sia ancora così difficile e che tu abbia potuto contare solo sui risparmi di tuo marito.

Sono stata esclusa perché avere due lauree in discipline legate alla comunicazione e il mio percorso professionale precedente sono stati giudicati incompatibili con la nuova attività imprenditoriale che volevo avviare. Una cosa senza senso: allora non chiamateli finanziamenti per la «nuova imprenditoria», chiamateli finanziamenti per il ricambio generazionale! Non mi piace lamentarmi, né generalizzare, ma diciamo che l’accesso a questi finanziamenti dipende dalla conoscenza giusta. Non è la solita retorica e non è sempre così… però è ancora così. Ed è la verità perché poi mi è stato detto che se avessi trovato il contatto giusto, il consulente giusto, anche per me poteva esserci un piano B. 

Il tuo tarallo è l’unico in Puglia a essere stato menzionato nella rivista online del Gambero Rosso: una bella rivincita. Che cosa ha di speciale?

Uso una farina prodotta in Piemonte senza additivi chimici che ha una scadenza di appena sei mesi. L’olio che usiamo è un extravergine di oliva non miscelato. La cipolla disidratata che si utilizza normalmente nel tarallo industriale arriva dall’Iran o dall’Iraq, è molto simile alla nostra cipolla rossa ma te ne accorgi subito che non è italiana perché puzza e non è molto digeribile. Noi qui invece utilizziamo cipolla di Acquaviva che è presidio Slow Food: da dieci chili di cipolle otteniamo appena 900 grammi di prodotto disidratato. Sono tutte scelte antieconomiche, ma ci crediamo, dev’essere così perché sappiamo che questo tarallo lo mangerò io e lo mangerà mio nipote. E poi ha la doppia cottura: prima gli viene data la bollitura come quella che facevano le nostre nonne sul fuoco con la callara, poi viene asciugato e il giorno dopo cotto in forno per diventare croccante. Al contrario, nella produzione industriale hanno sostituito la bollitura con una sobollitura, ma dal punto di vista chimico e fisico è assolutamente diverso e si perde la croccantezza.

La nonna cosa ti ha detto?

Lei è la mia testimonial, ormai è molto conosciuta anche su Instagram.

Una nonna influencer.

In realtà non è stato facile. All’inizio non riuscivo a comunicare alla mia famiglia l’idea che avevo in mente. Mi dicevano che ero pazza: due lauree, giornalista, un’esperienza in ufficio… nell’immaginario collettivo è difficile accettare l’idea che quando ti chiedono cosa fai nella vita tu debba rispondere che fai taralli. Oggi però mio padre, mia madre, i miei suoceri sono diventati i miei principali sostenitori: se sto ancora in piedi dopo tutte le batoste prese è perché ho una famiglia che mi sostiene.

Quanti taralli produci mediamente ogni anno?

Qui non lavoriamo tanto sui numeri, quanto sulla qualità. Anche se il mercato è pieno di taralli il nostro è un prodotto di nicchia. Non siamo nella grande distribuzione, preferiamo piuttosto essere presenti nelle piccole botteghe, nelle enoteche, nei piccoli ristoranti, là dove c’è un consumatore consapevole disposto a spendere un po’ di più.

Quanto costano i tuoi taralli?

Se al mercato di paese un chilo di taralli sfusi lo trovi anche a 4 euro al chilo, qui da noi un chilo di taralli al consumatore finale non costa meno di 10 euro. Ed è pochissimo se consideri la qualità e la tracciabilità delle materie prime che impieghiamo, la preparazione artigianale, la doppia cottura e quant’altro.

Nella Puglia dei vini e dell’olio di altissima qualità c’è spazio anche per i taralli di fascia alta?

Non immaginavo fosse così dura. Sebbene la Puglia stia vivendo una rinascita con un territorio più inclusivo rispetto al passato, c’è ancora una grossa battaglia culturale da portare avanti con riguardo alle tematiche alimentari. Se una bottiglia di vino di fascia alta o un salume particolare oggi hanno un valore riconoscibile e accettato, il tarallo è ancora considerato un prodotto di basso livello.

Quanto ti ha aiutato la tua esperienza nel mondo della comunicazione?

In appena due anni e mezzo sono riuscita dal nulla a consolidare un’immagine del mio brand paragonabile a quella che altre aziende del settore costruiscono in venti anni. Ho raccontato una storia che ruota attorno alla mia famiglia e sono riuscita a farla conoscere bene. Questo grazie alle mie conoscenze, al lavoro che facevo prima e all’uso dei social.

Credi che l’artigianalità possa coniugarsi con la crescita? Come ti vedi tra qualche anno?

Questa è una bella domanda… Spero di restare qua, del resto non siamo alberi: sì abbiamo le radici, questa è la terra che amo, credo molto nel suo elevato potenziale, purtroppo però c’è ancora un sistema è una mentalità che vanno combattute.

A cosa ti riferisci?

Qui al Sud non è facile essere donna e fare impresa. Fondamentalmente è un sistema ancora molto maschilista. Se sei donna allora devi farti conoscere e lottare prima di riuscire ad avere una credibilità.

Mi sembra un po’ vago, fammi un esempio.

Il consulente che ti fa la battutina a sfondo sessuale fa parte di un retaggio che persiste ancora.

Hai appena sfornato una linea di taralli ideata insieme a un amico birraio, che altri progetti hai per il prossimo futuro?

Questo laboratorio si trova tra la Murgia e il mare, mi piacerebbe lavorare di più sull’accoglienza. Abbiamo già realizzato dei laboratori per bambini, ora mi piacerebbe poter accogliere il turista attraverso percorsi degustativi e sensoriali. Penso a una bottega con un piccolo showroom esperenziale.

Da giornalista precaria a imprenditrice, intanto si può dire che ce l’hai fatta ed è già una bella soddisfazione.

Non dico mai ce l’ho fatta perché quando pensi che tutto stia andando in maniera perfetta poi magari arriva la mazzata. Siamo l’unico tarallificio nella guida del Gambero Rosso dedicato alla Puglia, questa in effetti è una bella soddisfazione. La più bella soddisfazione resta il senso di libertà: non avere capi, poter decidere la mattina cosa fare. Sapere che se sto facendo una cosa sbagliata la responsabilità è mia, se sto facendo una cosa buona il merito è mio.