Sanguedolce di Andria ha appena compiuto 100 anni e si prepara a realizzare un nuovo stabilimento con un occhio alla Cina e all’India.

Una foto di famiglia in formato gigante ci dà il benvenuto nello stabilimento Sanguedolce, nella periferia di Andria. È  un’immagine storica non solo perché celebra i 100 anni di questo storico caseificio pugliese, quanto perché è uno dei pochi fotogrammi che ritrae papà Leonardo Sanguedolce (scomparso qualche anno fa) in compagnia dei tre figli maschi che oggi guidano l’azienda: Tommaso, Luca e Antonio. Un secolo di storia tutto racchiuso in una foto.

In quel fotogramma c’è il racconto di un’azienda che si sviluppa su 15 mila metri quadri, conta 180 dipendenti e quest’anno punta ai 40 milioni di euro di fatturato. Sanguedolce distribuisce i brand Saporosa, Dolcerosa e la burrata andriese
nei principali supermercati italiani ed europei, oltre alla produzione per le private label.

A raccontarci questo secolo di storia è Luca Sanguedolce, 60 anni, deus ex machina di questa realtà imprenditoriale di successo.

Dottor Sanguedolce avete da poco festeggiato il primo secolo di vita di quest’azienda: possiamo fare un passo indietro di 100 anni per raccontare come nasce tutto questo?

Questa avventura nasce con il papà della buonanima di mio nonno, Tommaso Sanguedolce, il «Casaro» come lo chiamavano tutti, che già nei primi anni del ‘900 si prese una mucca e cominciò questa sua passione per la lavorazione del latte. All’epoca erano tutti contadini, la produzione era di qualche litro di latte, qualche formaggio, una piccola ricottina fatta in casa, preparazioni artigianali per lo più destinate a un  consumo casalingo. Poi, al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale, mio nonno seguì le orme di suo padre e avviò una piccola attività casearia a conduzione familiare: dei suoi tre figli l’unico a proseguire l’attività fu mio padre che purtroppo dal 2015 ci manca.

Oggi invece siete tutti e tre i fratelli a portare avanti l’azienda.

Quella di mio padre era una piccola bottega sotto casa e quando noi tre figli siamo cresciuti è stato naturale avvicinarsi a questa realtà.

È vero che, fra i tre fratelli, lei era il più ambizioso, quello che aveva capito che si poteva andare oltre la bottega…

Volevo qualcosa di più, volevo sempre crescere, avevo delle ambizioni… mi dicevo perché quello sì e noi no? E così iniziammo a pensare di stravolgere un po’ tutto. Tanto è vero che mio padre un giorno ci disse: per cortesia aiutatemi prima a sposare vostra sorella più piccola, dopodiché quello che vorrete fare farete. Di lì è cominciato il nostro percorso.

Qual è stato il primo passo?

Passammo dal piccolo laboratorio di 100 metri quadri sotto casa di mio padre a un capannone di 3 mila metri quadri, in una traversa di via Barletta. Lì iniziò l’attività allargata, i primi giorni ci sembrava di stare in un aeroporto. Poi abbiamo capito che se volevi essere presente nella grande distribuzione, se volevi ambire ai mercati esteri, allora dovevi avere una struttura
idonea per far sì che il prodotto attraversasse tutte le fasi di lavorazione. Così cominciammo a pensare di venire nella sede attuale e dal capannone di 3 mila metri quadri ci siamo ritrovati in questo di 15 mila.

Un bel passo avanti…

In realtà questo capannone all’inizio era di 30 mila metri, io lo feci dividere in due parti. Ancora oggi mio fratello mi rimprovera per la scelta di non aver acquistato quegli altri 15 mila metri. In quel momento però non bastava comprare, bisognava anche riempire.

Scommetto che oggi quello spazio in più sarebbe tornato utile…

E sì, infatti abbiamo comprato una segheria dismessa non lontano da qui, una struttura di 10 mila metri quadri destinata a ospitare una nuova tecnologia più moderna, una linea di produzione «frozen» per soddisfare la domanda sempre più crescente che ci arriva dai paesi dell’oriente. Si tratta di un progetto di ampliamento importante, per un investimento del valore di 20
milioni di euro. In questa sede, invece, resterà la tecnologia artigianale per la distribuzione in Puglia e in Italia.

Quanti anni aveva quando ha cominciato a maturare l’idea di prendere in mano la gestione?

Io e mio fratello più grande lavoriamo nel caseificio dall’età di dieci anni. Il massimo dello studio per noi era la terza media. Quando mio padre veniva a scuola per ritirare la licenza elementare, i professori dicevano «Leonardo, suo figlio ha le capacità e le qualità per andare avanti con lo studio» e tutte le volte lui rispondeva, in dialetto andriese: «e le mozzarelle chi le deve fare?». Non smettevamo mai di lavorare, il lavoro ce l’avevamo nel dna: all’epoca quando finiva la scuola al pomeriggio si andava a lavorare e quando c’erano le vacanze andavo a consegnare le mozzarelle col vespino o in bicicletta. La nostra
era una piccola azienda familiare, ci si aiutava l’uno con l’altro, anche mia madre dava una mano. Però quello che fra tutti non si accontentava ero io.

Si spieghi meglio, cos’è che non le andava giù?

Mi sentivo stretto. Se dovevamo lavorare 100 quintali di latte in più, lì in quella bottega non lo potevi fare. La nostra zona storica era Barletta-Margherita-Trinitapoli. Barletta è sempre stata una zona storica per mia madre: lui avrebbe voluto realizzare lì il suo primo caseificio, ma all’epoca, per i genitori di mia madre, era come se sua figlia dovesse trasferirsi a New York e allora rimase ad Andria. Quando però mi accorsi che il mercato ormai era troppo circoscritto, ebbi l’idea di spostarmi su Bari.

I vostri clienti all’epoca erano le piccole salumerie, vero?

Sì, all’epoca i supermercati non esistevano ancora, mio padre trasportava le mozzarelle dentro i secchi in sella a una lambretta. Il primo supermercato lo abbiamo servito nel 1975, si chiamava Mega Market a Barletta: era il primo supermercato Dok-Famila di oggi.

Torniamo all’evoluzione di Sanguedolce…

Spostarsi su Bari e nel sud barese fu per me come entrare in un altro mondo. Bari, oltre ad essere una città grandissima, ci aprì
le porte di un mercato che apprezzava molto il nostro prodotto. I clienti ci facevano i complimenti, caricavo il furgone e andavo a vendere.

Andava lei stesso a fare la vendita, non avevate distributori o rappresentanti?

Noi qui abbiamo sempre lavorato tutti. Lei adesso mi vede in giacca e cravatta, ma se venisse la notte mi troverebbe con il camice bianco insieme con gli operai a lavorare. Gli operai sono tutti bravi, ma hanno bisogno sempre di essere guidati.

Poi però cosa è successo?

Il 26 luglio del 1989 mi stavo recando a Bojano, in Campania, per incontrare dei nuovi acquirenti. Ci andai con un mio distributore che aveva organizzato l’appuntamento, era lui alla guida: a Vallata andammo a ficcarci sotto un camion e passai cinque giorni in rianimazione. Sono tornato in vita perché lassù qualcuno mi disse che non era ancora giunta la mia ora e così
sono tornato indietro. Avevo 30 anni, due figlie e un terzo figlio in arrivo.

In che modo quell’episodio ha segnato la sua esperienza?

Quell’episodio è solo per dire l’importanza del lavoro. Oggi qui in azienda ci sono i miei figli, i figli di mio fratello, i figli dell’altro fratello e poi ci sono i generi. Oggi però i giovani non hanno la stessa fame che avevamo noi alla loro età. Non hanno la stessa ambizione. All’epoca il nostro sogno era avere la macchina, 20 milioni in banca e la casa. Il Signore grazie a Dio ci ha
dato quelli e altro. I nostri figli hanno avuto già tutto.

Questa è una bella riflessione che accomuna tante altre realtà aziendali: che si fa?

Abbiamo chiesto la consulenza dello studio Ambrosetti, una società esperta nei passaggi generazionali all’interno delle aziende: abbiamo scritte delle regole per il futuro e per far sì che l’azienda continui sempre a vivere e a crescere passando da una  generazione all’altra.

Insomma, la sfida è quella di riscoprire la stessa umiltà da cui siete partiti.

Noi siamo stati sempre umili. Mi hanno insegnato che bisogna sempre tenere i piedi per terra. Talvolta, invece, mi capita di vedere gente che non ha niente eppure si gonfia. Io, tipo, ho una macchinina e sono due-tre anni che non la prendo più perché mi dà quasi fastidio il fatto che qualcuno possa vedermi e pensare che voglio ostentare qualcosa.

Una «macchinina» importante, mi pare di capire…

Sì, una Ferrari 612 Scaglietti.

La vostra azienda ha 100 anni di età, ma direi che non li dimostra: prodotti all’avanguardia,
investimenti in tecnologia, investimenti nella comunicazione e nella pubblicità. Del resto lei mi ha subito risposto al telefono e dopo ventiquattro ore eccoci che facciamo l’intervista: ho avuto subito la sensazione di un imprenditore che non se la tira. Eppure lei mi dice di avere solo la terza media: come si fa a stare al passo coi tempi?

Se vuoi crescere devi studiare, ti devi aggiornare, devi sempre confrontare con ciò che sta fuori. Ricordo ancora la gioia negli occhi dei miei figli quando mi regalarono il primo iPhone: mi dissero che era uno dei primi modelli in assoluto e che non erano in tanti ad averlo. Io dopo due giorni lo buttai via e dissi ridatemi il mio Nokia. Poi pian piano me lo sono ripreso e ho dovuto imparare. Oggi non posso fare più a meno di leggere le email sul mio iPhone, di inviare messaggi via WhatsApp o di fare  videoconferenze quando non posso partecipare a Parma alle riunioni di Assolatte, di cui facciamo parte.

Si ricorda un momento in cui ha sentito forte il peso di una una scelta importante?

Quando comprammo il primo capannone. Lo acquistammo da un barlettano che produceva profilati di alluminio e non avevamo una lira. Senza saperlo ci siamo ritrovati con 300 milioni di debiti che aveva quel signore e che abbiamo dovuto pagare noi. È stato un momento difficile. In quei giorni ti sedevi a tavola, ci guardavamo in faccia e non sapevamo cosa fare. Ti veniva da piangere. Il nostro obiettivo, però, era di mantenere alto il nome di nostro padre e solo questo ci ha spinti ad andare avanti, a lavorare h24, giorno per giorno, fino a raggiungere il risultato. Del resto, potevamo contare su un prodotto eccezionale che piaceva al mercato, abbiamo avuto un pizzico di fortuna che ci ha permesso di lavorare e da lì in poi è stato tutto in discesa.

Oggi Sanguedolce distribuisce in Italia e anche all’estero.

Siamo presenti in tutta Italia e abbiamo iniziato da poco con la Spagna. Produciamo molto per un’azienda che si chiama Nuova Castelli che distribuisce in Francia, Inghilterra, Olanda. Siamo presenti anche all’estero tra il 10-20 per cento. A New York come a Hong Kong, dove in un ristorante italiano, un giorno, trovai la mia burratina.

In Medio Oriente?

L’Oriente è il mercato che se scoppia farà paura a più di una persona.

In che senso?

In Cina fino a qualche tempo fa non bevevano latte, poi si sono accorti che tutti soffrivano di osteoporosi al punto che il governo cinese  ha obbligato a bere latte ogni giorno. All’inizio importavano latte in polvere dalla Germania,mentre di recente hanno cominciato a realizzare le stalle e i primi impianti di produzione di  latte. Tenga conto che se i cinesi iniziassero a consumare mediamente un litro di latte pro capite,  tutta l’Europa intera non basterebbe a dare il latte alla Cina. E se i cinesi iniziassero a mangiare un solo bocconcino di mozzarella a testa, non basterebbe tutto ciò che produciamo per rifornire quel mercato. È certamente un’opportunità, ma loro copiano tutto e se impareranno a produrre anche la mozzarella sarà un problema. Il nostro vantaggio è che la mozzarella la facciamo e la mangiamo al momento. I cinesi potranno spedirla qui solo surgelata.

A proposito quanto latte trasformate in questa sede?

Trasformiamo dai 1.000 ai 1.500 quintali di latte al giorno, fatturiamo oltre 35 milioni di euro e nel 2019, se Dio vuole, ci avvicineremo ai 40 milioni di euro.

Il prossimo traguardo?

Come le dicevo prima abbiamo tutto pronto qui accanto per un nuovo impianto. Si tratta di un investimento pensato per crescere ancora. Realizzeremo un impianto di nuova generazione che ci permetterà di produrre mozzarella con una chef-line di 40 giorni, con una tecnica particolare di surgelazione, in questo modo potremmo trasportarla dappertutto, a costi ragionevoli che oggi non ci vengono garantiti dai trasporti via aerea.

In cento anni come sono cambiati i gusti dei consumatori?

Siamo stati i primi a fare la mozzarella senza lattosio e oggi offriamo tutta la gamma completa di senza lattosio autorizzata dal Ministero della Salute. Abbiamo anche lanciato il prodotto «bio» perché oggi il consumatore è molto attento alla qualità, quindi a noi tocca stare sul pezzo e seguire con attenzione i gusti che cambiano. Per esempio oggi si fa più attenzione alla linea e se una volta a tavola si mangiava anche un un chilo di mozzarella, oggi 100 grammi sono pure tanti.

Lei come la gusta la mozzarella?

La mozzarella deve essere sempre stemperata e consumata a temperatura ambiente, non aver paura se all’esterno ci sono 40 gradi e fa caldo. La mozzarella non si rovina, anzi la mozzarella nasce già a 80 gradi. Mangiato appena tirato fuori dal  frigorifero, qualsiasi alimento perde ogni sapore.