Ha la parlata veloce, Sergio Fontana. Zero tentennamenti, zero esitazioni, zero dubbi. Parla spedito alla stessa velocità delle idee che partorisce la sua mente di farmacista e chimico. Il neo presidente della Confindustria Bari-Bat è uno abituato a bruciare le tappe. Oggi con tutta probabilità è uno degli imprenditori più talentuosi in Italia. Fondatore della Farmalabor, azienda farmaceutica di Canosa di Puglia, tra le protagoniste nel mondo nella produzione di principi ed eccipienti farmaceutici, materie prime a uso farmaceutico, cosmetico e alimentare, Fontana  è anche consigliere della Banca d’Italia, nonché presidente della Confindustria di Albania.  Schietto, concreto, essenziale, come tutti gli imprenditori di successo.

Lo incontriamo nel Centro Studi e Ricerche “Sergio Fontana”, omaggio al nonno, testimone di una generazione di farmacisti. L’ufficio è tappezzato per lo più di diplomi, foto e qualche olio su tela di apprezzabile fattura. Fuori da quest’angolo di intimità,  l’edificio è un open space moderno, innovativo, preciso, roba che da queste parti non se ne vedono così facilmente. Facile, dunque, profetizzare una Farmalabor protagonista in Italia e nel mondo.

Sergio Fontana ne ha la stoffa e persino il tempo visto che vivrà oltre la soglia dei cento anni. Egli stesso ne è certo, camperò più di voi, ci dice a metà tra l’ironia e la certezza assoluta, dato che assumo antiossidanti. Il successore di Domenico De Bartolomeo ora ha una sfida diversa e altrettanto importante: rappresentare l’industria pugliese. 

Dottor Fontana, qual è stato il suo primo pensiero quando si è seduto sulla scrivania di presidente di Confindustria Bari-Bat?

Prima della elezione a presidente c’è stato un lungo periodo di ascolto, mi sono preoccupato di ascoltare le esigenze degli imprenditori per conoscere da vicino le problematiche che persistono nei vari settori. Ora è il momento di trovare le soluzioni con tutti gli altri nostri partner principali come la Regione Puglia, il sistema bancario, Puglia sviluppo. Abbiamo l’opportunità
per far sì che la Puglia possa ottenere risultati ancora migliori di quelli che ha oggi. 

Durante questa fase di ascolto che cosa è emerso dal confronto con i suoi colleghi imprenditori? Ci può fare una mappa di quelle che sono le istanze che provengono dal mondo delle imprese? 

Esiste un problema molto serio legato alla burocrazia e  alla lentezza enorme con cui un’idea imprenditoriale può diventare realtà concreta ed essere portata sul mercato. Il secondo problema riguarda le difficoltà di accesso al credito: è una difficoltà quest’ultima che spesso non dipende nemmeno dalle banche, ma da come un imprenditore  si pone nei confronti del sistema dei finanziamenti.

Cioè?

 Quello che spesso accade oggi è che prima si fa un investimento e poi si vanno a trovare i soldi in banca. Oggi serve una maggiore pianificazione delle fonti di finanziamento: quello bancario è il sistema privilegiato per le imprese, ma ci sono numerosi altri strumenti come i bond, i  mini bond, i basket bond, il private equity, la quotazione in borsa, insomma una serie di opportunità che le aziende devono poter cogliere e per poterlo fare è necessario che rafforzino la cultura d’impresa. 

Concretamente come si può fare?

Le faccio un esempio. Quando alla Farmalabor abbiamo introdotto la certificazione del bilancio in tanti ci dicevano che non eravamo obbligati a farlo e che avremmo dovuto sostenere dei costi per pagare l’ente esterno di certificazione. Invece, proprio grazie alla certificazione di bilancio un’azienda può presentarsi con più facilità ai mercati della borsa o comunque nei mercati diversi da quello del sistema bancario, per accedere a fonti di finanziamento che non peggiorano la posizione finanziaria ma rappresentano capitale di rischio di chi può investire. La leva finanziaria è un altro strumento poco utilizzato, a causa della mancanza di cultura d’impresa. Lo stiamo colmando grazie al lavoro di Confindustria, con la Regione Puglia e con l’asse Bari-Milano che è una delle prime cose che metterò in funzione grazie al dialogo con la regione Lombardia e Elite di Borsa Italiana. 

Che altro serve per completare questo passaggio della microimpresa a una cultura tipica della medio-grande impresa?

C’è bisogno di una missione, di imprenditori validi e c’è bisogno di un’ottima collaborazione con il sistema universitario. In Puglia abbiamo un eccellente Politecnico e un’ottima università statale che formano menti eccezionali: lo sforzo dev’essere quello di trattenere queste risorse e queste menti. Le aziende non si fanno soltanto con i muri, ma anche e soprattutto con i cervelli che ci stanno dentro. Dobbiamo imparare a collaborare di più e puntare su una maggiore sinergia con il mondo universitario.

A proposito di infrastrutture immateriali,  leggevo di recente alcune statistiche autorevoli secondo cui le regioni del Nord Italia riescono mediamente ad assumere più giovani manager
rispetto al Sud e soprattutto a pagarli meglio.

Gli imprenditori più  illuminati sono quelli che si circondano senza timori di persone migliori di loro. Mi spiego meglio: alla Farmalabor ho assunto una donna come responsabile Amministrazione, Finanza e Controllo, si tratta di una giovane manager che ho preso da Milano e che è molto più brava di me. Lo stesso vale per la mia responsabile Controllo della qualità. Non ho alcun timore a circondarmi di persone più brave di me. È come quando da piccoli si giocava a pallone in strada, si tirava a sorte per scegliersi la squadra e chi iniziava per primo cominciava dai più forti: l’obiettivo è vincere la partita. All’inizio delle loro esperienze lavorative vengono anche sostenuti dalle proprie  famiglia, poi dopo restano altrove a creare ricchezza. Non a caso la Puglia ha eccellenze assolute che lavorano in ogni parte dell’Europa. 

Presidente, questo è un tema che ricorre quotidianamente: come si fa concretamente a invertire la rotta?

Lungimiranza, visione, studio e lavoro. Bisogna lavorare avendo un’assoluta conoscenza del mercato e una missione chiara di lungo termine. Tra dieci anni come sarà la Farmalabor? Sarà una grande impresa italiana, avrà superato i 50 milioni di fatturato e 250 dipendenti. Ecco, la missione ce l’ho, ora come la realizzo? Io lavoro già dodici ore al giorno, tutti i giorni, da solo non ce la posso fare. L’unica possibilità è assumere persone valide, stabilire degli obiettivi certi, condividere gli obiettivi e misurare queste persone sul campo. Sono totalmente contrario al lavoro precario perché un’impresa ha bisogno di persone che abbiano la certezza di un lavoro, sappiano dove stiamo andando e siano motivate a lavorare non per qualcuno ma con qualcuno. Alla Farmalabor tutte le persone che vi lavorano, dalla persona delle pulizie a chi sta nei laboratori, tutti sanno qual è il fatturato, qual è la nostra missione, che la nostra azienda non fa nero… 

…dottor Fontana, lei sicuramente è un esempio di eccellenza, non la conosciamo certo oggi: la sua azienda rappresenta un modello imprenditoriale di best practice. Il punto è come si fa a trasferire questi modelli anche in ambito associativo?

L’associazione rappresenta un momento  molto positivo, un terreno che favorisce il dialogo. Durante le nostre riunioni spessissimo parliamo tra di noi, raccontiamo le nostre esperienze, come ci stiamo muovendo, cosa stiamo facendo, su quali prodotti stiamo puntando e con quali strumenti finanziari. Un processo di contaminazione reciproco. Uno dei maggiori problemi dell’imprenditore è che si sente chiuso nella sua isola felice, fuori da contaminazioni positive. Io voglio creare opportunità
di dialogo e confronto, facendo leva sulla presenza in Confindustria di aziende importanti con migliaia di dipendenti, aziende quotate in borsa che operano in tutto il mondo. Possiamo contare sull’esperienza di aziende importanti come Granoro, Exprivia, Bosch, Getrag, Sanguedolce, che lavorano con delle logiche diverse da quello di una piccola azienda di venti dipendenti che ha tutto il mio rispetto. Quest’ultima, però, può imparare tanto dalle grandi, le piccole aziende possono creare relazioni con le grandi, all’interno di Confindustria si genera una logica di contaminazione dove uno più uno diventa tre o diventa quattro. Questo è il ruolo della Confindustria: creare sinergie.

A proposito di sinergie, uno dei vostri interlocutori più importanti è la politica. L’anno prossimo incombe la campagna elettorale per le elezioni regionali e la Regione è una delle istituzioni più importanti per il dialogo fra istituzioni e imprenditori. Cosa chiederete ai prossimi attori politici? 

Guardi ora la sorprenderò: noi chiediamo più Stato e più Politica, vogliamo regole certe e pretendiamo che le regole vengano rispettate da tutti. Un mondo senza regole e senza controlli è solo una giungla. Vogliamo una classe politica che, anche a livello regionale, prenda delle decisioni e che abbia una visione di lungo termine rivolta non alla campagna elettorale successiva, ma alle prossime generazioni. 

In effetti la sua risposta mi sorprende: lei vorrebbe più regole e più Stato, ma non avevamo detto che uno dei problemi degli imprenditori è la troppa burocrazia?

No, se le regole sono certe e uguali per tutti. Non ci può essere chi lavora in nero e chi lavora rispettando le regole. Quando si ha una demarcazione chiara tra lecito e illecito, allora diventa anche assolutamente chiaro ciò che è bianco e ciò che è nero. In questo modo si eviterebbero quelle zone di grigio in cui vale l’interpretazione del funzionario pubblico sulla concessione di una agibilità o su un permesso. In quella zona grigia si annida la logica della conoscenza, del favore, della corruzione anche spicciola.

In futuro sarà sufficiente il turismo per sostenere l’economia pugliese?

Nel settore ricettivo ci sono dei segmenti in cui non ancora raggiungiamo l’eccellenza: mi riferisco ai grandissimi numeri di incoming che riguardano i grandissimi convegni. La Puglia è  così attrattiva che potrebbe puntare anche su convegni con migliaia di persone, oggi invece se uno pensa a un evento con 3-4 mila persone non troverebbe dei centri congressi con un’adeguata ospitalità. Un’altra cosa difficile da risolvere riguarda i tanti bed and breakfast che lavorano in nero: noi vorremmo che le tasse siano più basse, ma che vengano pagate da tutti. La manifattura resta un settore chiave per la Puglia: lo dicono anche i dati della Banca d’Italia. È il settore che sta tenendo meglio: abbiamo eccellenze nel settore delle scarpe, nel settore alimentare come Granoro, Sanguedolce, Oropan, Divella. C’è tutto l’indotto della meccanica a Molfetta, così come nella zona di Monopoli il settore farmaceutico.

Come si stanno preparando gli imprenditori alla rivoluzione del digitale e di internet?

Diciamo che abbiamo ampi margini di miglioramento. C’è tantissimo da fare, non voglio dire che siamo all’anno zero anche perché in Puglia ci sono eccellenze di primissimo livello che lavorano nella digitalizzazione. Accanto a queste ci sono imprese che fanno fatica ad adeguarsi a un’epoca che cambia in tempi rapidissimi. Oggi le cose cambiano in maniera esponenziale e richiedono una grandissima adattabilità al cambiamento e una cultura tesa all’innovazione. C’è una massima di Adriano Olivetti a cui sono molto affezionato: «In me non c’è che futuro». 

Lei è anche molto legato alle 3 P: People, Profit, Planet: delle prime due abbiamo già parlato, come stiamo messi con la questione «planet»?

Anche qui si tratta di innescare un nuovo  processo culturale: non possiamo più creare ricchezza danneggiando qualcuno o qualcosa. Sui cartelli stradali una zona industriale viene descritta con una ciminiera e con del fumo nero che esce fuori. Oggi l’icona della fabbrica non può più essere questa. L’azienda deve essere un luogo piacevole dove le persone lavorano bene, producono e tornano casa loro stando bene. 

Sul tema della sostenibilità ambientale quale contributo potrà dare Confindustria?

Ancora una volta al centro di tutto devono esserci regole certe. Sono contrario ai processi mediatici e ai processi di piazza. Non può essere un ambientalista a dire se un’azienda fa bene o fa male, deve essere lo Stato a stabilirlo tramite l’Arpa, tramite i Carabinieri del Noe o tramite un giudice. Dopodiché le aziende che non saranno in regola con quelli che sono i dispositivi di legge secondo me non hanno diritto a stare in Confindustria. Così come non devono avere lavoratori a nero, allo stesso modo le aziende che inquinano sapendo di inquinare non sono degne di essere in Confindustria.

Lei fa delle enunciazioni di principio che sono assolutamente condivisibili. La realtà racconta però di un contesto macroeconomico poco favorevole agli imprenditori. Le cito tre argomenti di strettissima attualità: flat tax, reddito di cittadinanza e salario minimo: cosa ne pensa?

La flat tax credo sia una soluzione estremamente positiva se tutti quanti però pagano le tasse. Il punto è che siamo in un mercato comune che si chiama Europa e non ci può essere una tassazione diversa passando dall’Italia all’Olanda al punto che la Fiat decide di spostare la propria sede legale in quel paese. Mercato comune significa avere delle regole in comune. Regole
significa anche tasse. Come vede alla fine al centro di tutto c’è sempre il tema delle regole. 

Reddito di cittadinanza?

È un errore in termini. Io sono dell’idea che una persona che non ha lavoro dovrebbe essere aiutata con tutta una serie di attività, ma chiamatelo assistenza di cittadinanza non “reddito”.

Sì, la sostanza però non cambia…

È un cambiamento culturale totale. Solo il lavoro genera dignità, solo il lavoro genera reddito. Altro è assistenza. Per favorire il rientro nel mondo del lavoro sarebbe molto più efficace un incentivo alle imprese che assumono persone con un’assistenza di cittadinanza, per esempio non facendole pagare i contributi. Poi se io assumo te e tu sei una persona valida non sono mica fesso a lasciarti andare via. Gli unici che generano lavoro sono le imprese. 

Salario minimo…

Possiamo stabilire un qualsiasi livello di salario che vogliamo. Ma se creiamo un contesto in cui il costo del lavoro è diverso tra diversi stati europei, come pensate che l’Italia possa essere competitiva? Non è la politica che può stabilire i prezzi, è il mercato a doverlo fare. Diversamente  non venderemo più niente: saremo felicissimi di pagare di più delle persone per produrre qualcosa
che però non venderemo più.

Mi consenta una sola domanda sulla sua Farmalabor: che cosa state facendo di bello?

Stiamo lavorando con tutta una serie di integratori utili per abbassare il colesterolo. Sono ottimi e li stiamo vendendo in tutto
il mondo senza nessuna difficoltà, con grande interesse in Italia e in Qatar. È un esempio di come si possa fare un made in
Italy valido non solo nel settore alimentare ma anche in quello farmaceutico. Quando puntiamo su formazione e ricerca non ci ferma nessuno.

Nella prossima intervista in quale ruolo la incontreremo?

Oggi rivesto questa carica importante che – mi preme sottolinearlo – non è remunerata. Ho l’obbligo di mettermi al servizio delle imprese del territorio, a servizio dei miei colleghi. Abbiamo il dovere di lasciare il segno e fare un salto di qualità come territorio.