Con l’approssimarsi delle elezioni politiche si torna a parlare di sostegno alle famiglie e alla natalità. Nonostante si tratti spesso di attenzione al tema indotta dal timore che la popolazione immigrata possa sostituire quella italiana, dobbiamo apprezzare il fatto che la questione demografica sia tornata al centro di tutti i programmi elettorali; c’è chi propone una revisione del sistema fiscale che favorisca le famiglie, chi vorrebbe dei trasferimenti monetari diretti ai nuclei familiari numerosi, chi preferirebbe forme di sostegno come asili nido o maggiori congedi genitoriali. Tutte misure apprezzabili, ma che inevitabilmente si troveranno a fare i conti con la coperta ‘troppo corta’.

Sta di fatto che il ritratto demografico della penisola per il 2017 disegnato dall’Istat ha fatto segnare un nuovo record negativo: appena 464 mila nuovi nati! Un declino che in pochi anni ha fatto registrare una notevole accelerazione, basti pensare che in soli 4 anni si sono persi circa 50.000 nuovi nati. Dobbiamo quindi scommettere sulla capacità del prossimo governo di interrompere questo trend negativo con adeguate politiche familiari. Ascoltando i diversi programmi elettorali si ha purtroppo la sensazione di essere di fronte a proclami realmente poco fattibili, e ciò lascia l’amaro in bocca perché sottovaluta le conseguenze che la cronica denatalità può produrre.

Prima conseguenza uno squilibrio generazionale già in atto, e che sarà sempre più difficilmente gestibile; pensiamo alla
questione previdenziale, e a quanto potrà essere ancora sostenibile un sistema in cui la popolazione anziana continua ad  aumentare e quella giovane a diminuire. Un sistema di welfare è sostenibile quando la popolazione che produce ricchezza, tipicamente la parte più giovane, riesce a garantire il sostegno e l’assistenza sanitaria alla parte più anziana; in Italia, da questo punto di vista, siamo già in emergenza. Da questa considerazione dovrebbe partire il prossimo governo, tenendo bene a mente che in Italia la popolazione over 65 è al 22,6% contro il 13,4% dei giovani under 15. E dovrebbe guardare alle esperienze
di altri Paesi europei che, con adeguate politiche di supporto alle nascite, sono riusciti ad invertire la tendenza.

Senza dimenticare gli stringenti vincoli di bilancio! Siamo dunque in un vicolo cieco? Forse no, se solo si scegliesse di
puntare ad un obiettivo particolare. Per esempio ai giovani tra i 25 e i 34 anni, che sono nella fase cruciale delle scelte di lavoro e di vita, e che si sono trovati ad affrontare la più grande recessione della storia proprio in questa fase delicata. Attualmente circa il 30% dei giovani tra i 25 e i 34 anni ha smesso di studiare e non ha mai lavorato, proprio nell’età in cui si è al massimo della capacità di produrre ricchezza. E non è un caso che cresce il numero di famiglie under 35 sotto la soglia di povertà,
mentre diminuisce quello delle famiglie over 65.

Da questa classe di popolazione bisogna ripartire, mettendola in condizione di contribuire alla crescita economica e alla ripresa delle nascite. Il prossimo governo, qualunque colore esso abbia, dovrà far leva su questa generazione per cominciare a ridurre gli squilibri generazionali.