TERRA

“Un cubo bianco davanti . Un cubo nero dietro. Font nero e font bianco. Nero e bianco sono non colori. Essenza e assenza del colore. Sono i non colori che caratterizzano lo studio. Il colore siamo noi. Il cubo bianco rappresenta la mia luce e il mio lavoro. Il cubo nero è lo spazio in cui vivo una vita privata, molto intima e blindata. E’ una parte di me che si scinde. La parte progettuale e creativa è la parte della mia vita più esposta, più pubblica. Poi la sera
devo recuperare i valori veri della vita che troppe volte ho perso e poi ritrovato. L’uomo che da dodici anni è il mio compagno me li ha ridati. Io sono uno spirito forte e per questo ho bisogno di emozioni forti. Credo che la sensibilità di ognuno di noi si esprime nel segno e poi si traduce in qualcosa di bello. Credo che dietro ogni segno ci sia un perché e credo che la differenza fra un designer e un tecnico sia chiara. Lo spiego con un esempio. Il tecnico è come uno che ha una gran bella voce e sa cantare. Poi c’è il designer. Uno che ha una brutta voce ma sa emozionare. Sono due segni completamente opposti. Io ho decisamente una brutta voce ma ho voglia di emozionare. Questa, dentro di me, nasce come esigenza non come esibizione. Credo che il segno mi vesta tutti i giorni per raccontarmi. Dico quello che sento, perché la mia lingua è strettamente collegata al cuore e non al cervello. Quando arrivo a casa cambio, recupero la parte mia più fanciullesca, divento un bambino di quattro anni. Fuori di casa sono un animale da palcoscenico. E vi assicuro che reggere un palco non è
facile: per raccontare un progetto devi essere credibile e quando non lo sei si nota, perché se non senti dentro quello che dici, non trasmetti nulla”.

ACQUA

“Non ho mai pensato di creare questo studio qui per parcheggiarmi. Ho creato questo studio non con l’obiettivo di farne un’attività imprenditoriale. E’ stata
piuttosto la conseguenza della fame di volersi raccontare. Quando una persona progetta o crea una realtà, spesso questa viene studiata a tavolino. Per me non è
stato così. Questo è il classico studio che non è stato per nulla studiato a tavolino.
Tanti mi chiedono sempre come è possibile riuscire a creare qualcosa in una realtà come la Puglia. Io dico che tutte le realtà possono essere mezzi di comunicazione. La realtà della Puglia sicuramente mi ha dato la possibilità di avere una marcia in più, mi ha dato modo di fare la differenza fra questo mondo e un altro mondo più cosmopolita, ma allo stesso tempo effimero, inconcludente e provinciale, in cui non ci sono idee, ma solo programmi. Io credo che ciò che manca oggi nel mondo della progettazione in genere, non solo rispetto al design, ma anche nel food e nella moda siano proprio le idee. Noi italiani rispetto agli europei siamo discutibili forse dal punto di vista del business, ma a livello di idee credo siamo vincenti.
E credo siano vincenti persone che spesso non sono collocate nelle metropoli.
Quella purezza e quel segno della genuinità e della genialità non è nelle città come Milano. Il polo delle star – non mi piace la parola star ma è un dato di fatto – non è quasi mai una tavola rotonda di confronto fra crescita e pensiero, ma solitamente l’idea di massima è quella di voler raccontare solo il potere economico di uno studio… Per questo io ho voluto il mio studio qui e ho voluto che fosse diverso. La mia più grande fortuna credo sia stata quella di avere questo studio… Sono qui da 15 anni, questo è il mondo in cui ci ritroviamo, siamo in venti. Una squadra ben affiatata, tutti colleghi, tutti alla pari. Io ho solo la direzione della mente artistica e progettuale, perché non amo cedere la parte creativa… e su questo i miei colleghi ironizzano in modo elegante… mi imitano in modo fantastico e io amo questa cosa. I miei collaboratori sono la mia vita. Se non avessi loro non penso che oggi sarei qua. I miei ragazzi hanno
un valore assoluto nella mia vita. Pari al mio compagno. Quanto amore ho per lui, tanto ne ho per i miei ragazzi. Loro sono tutto per me. La cosa più bella che mi hanno dato è la credibilità e questo per me è impagabile. Loro vivono con me per un fatto di amore. Sono innamorati di me e questa cosa è bella. Io trovo l’equilibrio nell’amore”.

ARIA

“Uno degli aspetti che amo di questo lavoro è dover interpretare le personalità che incontri. E come un musicista, come un interprete devi capire bene chi hai di fronte. Io spesso progetto un oggetto per soddisfare un bisogno, che può essere un bisogno funzionale o diversamente un bisogno stilistico. Fra i miei clienti ce ne sono tanti che hanno vissuto una crescita immediata della loro posizione economica e spesso in loro scatta una guerra all’esibizione del potere. E tu che sei un creativo, devi gestire la parte emotiva di queste persone. E trasformarla in un progetto che porterà comunque la tua firma, ma che dovrà essere il mondo dei loro sogni. In quei casi si valuta attentamente la parte emotiva di ogni singola persona, diventando prima di tutto psicologo. Leggere le anime e capire la psicologia, ci aiuta a disegnare le case”.

FUOCO

“Chi conosce la mia sensibilità, sa che per me è un pegno da pagare… Il mio peso più grande. Chi crea è stato dotato di questo… chiamiamolo talento… Una parola che a volte non capisco, perché non l’ho mai decifrata come parola. Io non ho talento. Io disegno per un’esigenza, che è quella di esternare quello che sono. Quest’esigenza sicuramente viene dal mio passato. Io vengo da una famiglia umile. Ho perso mia madre molto presto. Mi sono trovato da solo. E dal punto di vista affettivo mi sono state tolte delle cose. Quando sei bambino, ti devi nutrire di amore. Io invece vivevo sbattuto da casa di mia madre a casa della sorella di mio padre. Mio padre poi ha fatto una sua scelta di vita e io mi sono totalmente distaccato dal nucleo familiare. Sono rimasto solo. E quando sei in mezzo a una strada, sei una figura molo debole, perché a diciotto anni ti può passare di tutto davanti. La mia vita è stata la strada. Oggi credo che quella sofferenza sia stato un riscatto. Toccando il fondo sono rinato. Mia madre ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Lei era una donna di gran classe, ma una donna non amata. Io sentivo tutta la sua sofferenza, la vivevo insieme a lei. In quei momenti, quando ero seduto, iniziai a disegnare a mano a otto anni una cucina, ipotizzando per la prima volta una prospettiva. A otto anni ipotizzare una prospettiva non ti viene facile, creare un volume non è una cosa ovvia per un bambino. Questa cosa mi colpì molto. E quando ero parcheggiato da una casa all’altra, senza avere una dimora, vivendo in queste case di famiglia antiche, con mobili vecchi, sentivo questo desiderio di riscatto, e allora immaginavo quelle case, prima in un modo, poi in un altro, le vestivo, pensavo a come le avrei trasformate e sognavo quelle case che oggi creo. Io, quando ero bambino, immaginavo le case che avrei voluto vivere”.

ANIMA

“Uno dei miei primi pezzi disegnati per Antonio Lupi si chiama Silenzio. E quando mi chiedono perché ho chiamato un lavabo Silenzio, spiego che è un segno, un taglio nel muro, un labbro, che stilisticamente si ispira al concetto di essenza. Nel silenzio c’è tutto ciò. Io rinnego la vita mondana. La trovo stupida e lontana da me. Credo più nei rapporti umani. Nell’intimità. Per questo la mia vita privata è blindata. I segni forti che creo non vengono fuori perché mi metto a fare il creativo. Vengono fuori quando tocchi il fondo. Non è che per creare hai bisogno di uno stile di vita a cinque stelle. Per poter creare, devi toccare delle sfere emotive che purtroppo sono quasi sempre ad altezza bassa. A volte sfiori il pavimento perché la sensibilità ti affoga. E in quel momento che le note volano e ti fanno creare delle cose pazzesche. Vivo ogni anno alcuni mesi della mia vita nella giungla, con persone che non hanno niente, ma in quella partenza nasce entro di me l’esigenza del segno. E’ in quell’esperienza che vedi quanto puoi riuscire a dare, perché vedi la gente che non vive nel potere del denaro, tirare fuori l’arma che noi abbiamo perso. L’anima. È là che c’è la nobiltà vera. Perché là non c’è il dio potere. Non c’è effimero. Spesso bisogna toccare il fondo per risalire. Spesso mi chiedono: “Dodò, tu crei queste case bellissime, questi luoghi fantastici, ma tu dentro di te realmente quante stelle hai?”. Io dico zero. Perché io posso creare un ambiente bello e uno spazio elegante, ma non è detto che per creare spazi eleganti devi rappresentare questa opulenza di materiale. Io credo che il vero lusso della vita è quando tu riesci a fondere in un solo concetto una sola parola: semplicità. Se tu riesci ad equilibrarti nella semplicità, tu riesci a vivere non a cinque, ma a dieci stelle. Tutto quello che riuscirai ad avere dalla vita sarà purezza. Quando invece tu dalla vita ti aspetti il potere, perderai l’essenziale. L’unico potere che io posso esibire è la mia anima e il mio segno”.

ETERNITÀ

“Per me la luce non serve per illuminare, ma per suggestionare. Suggestione, contrasto, atmosfera. Così è nato un segno nel muro che poi fu la famosa lampada Dodò. Presi questo foglio, lo tagliai e pensai di creare l’assenza totale del corpo illuminante e una fonte di luce, un segno scultoreo immutabile nel tempo. Una lampada che ha iconizzato l’azienda. Il segno non è fine a se stesso, insieme al segno, si affianca l’anima e l’anima per me è sensibilità e la sensibilità significa anche sofferenza. Credo che quando riesci a tirare un segno da fuori classe o tocchi il fondo, o tocchi il cielo. Non c’è una mezza misura perché la creatività non è il momento della fonte di ispirazione… Non credo in parole come fantasia. Penso che conti l’anima, la sensibilità. L’esigenza di creare per comunicare. Quando ho iniziato mi sono accorto di un’altra parte di me che mi rappresenta. I tagli murali. L’essenza. Il silenzio dell’essenza, quando in un segno c’è anima, eleganza ed eternità. Quando tu riesci a creare un pezzo che è immutabile nel tempo, significa che tu morirai come corpo e quello che hai creato ti sopravviverà”.

BIOGRAFIA

Domenico De Palo was born in Italy in 1976. At the age of 19, he started drawing interiors getting a lot of consents. He was busy also in the recovery of historical and artistic buildings.After years being at the stage-managing of several public and private installations, he started a researchpath about the industrial design, creating plans and prototypes in collaboration with national and international designers and companies, among which Antidiva, Viabizzuno, Antonio Lupi, Move, Dimensione Disegno e Officina delle Idee. He is often guest in artistic and design events and exhibitions. Some of his works got awarded as “La Dodo’” for Viabizzuno which won the 2nd price at the ” LIGHT+BUILDING “, placed at “THE NEW ITALIAN DESIGN” triennial in Milan and Madrid in May 2007. Also born in April 2008 was the new collaboration between designer Domenico De Palo and company Antonio Lupi for the launch of “Il Canto del Fuoco”, where the heat and light enter the bathroom; essential and evocative forms, fire in its essence. _In March 2009 Milan opens the door to “La Casa di Dodo”, a journey in the field, in the shape, in search of beauty where the substance is transformed into sensation. Encounter with the primordial elements such as water, earth, fire in connection with the world through body, mind and soul. He had a tremendous good start of the year 2010 with his latest design of “La Stretta” and “La Taglio” produced by Viabizzuno at Fuori Salone Milan in April 2010